VII Domenica del Tempo Ordinario

VII Domenica del Tempo Ordinario

Sáb., 18 Fev. 23 Lectio Divina - Ano A

Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono santo”.

Con questo invito si apre la liturgia della Parola di questa VII Domenica del Tempo ordinario. Nel libro del Levitico Dio affida a Mosè questo compito: ricordare al popolo di Israele qual è la sua vera natura; aiutarlo ad acquisire la consapevolezza che esso partecipa della stessa santità di Colui dal quale ha avuto origine.

Ma in che cosa consiste la santità di Dio che ogni essere umano è chiamato a condividere? Dopo una serie di divieti: “Non avrai odio nel tuo cuore … non ti vendicherai e non sentirai rancore …” ecco che arriva l’esplicitazione in positivo della santità: “Amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”.

In queste brevi righe Dio sembra dirci: se amerai farai emergere la tua somiglianza con me, perché Io sono l’Amore. Tutta la Bibbia, in fondo, non fa altro che svelarci in tempi, modi e linguaggi diversi la natura di Dio e di conseguenza la natura dell’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza.

L’evangelista Giovanni, nella prima lettera a lui attribuita, al cap. 4, versetto 8b, parlando di Dio ci dice: “Dio è amore”. L’amore non è un’attività di Dio, è la sua essenza, ciò che lo caratterizza e che trasmette all’uomo nell’atto creativo; tanto è vero che l’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, non è un essere solitario ma in relazione: è coppia. Non si può vivere l’amore in solitudine, Dio stesso non è solo; quando crea l’uomo usa la prima persona plurale. “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza …” (Gen 1,26).

L’invito ad essere santi e l’invito ad amare potremmo dire che coincidono!

San Paolo, nella seconda lettura di questa domenica, parlando ai cristiani di Corinto dice loro: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” L’apostolo sembra volerci dire: prendete coscienza della vostra natura, cercate di capire di che cosa siete fatti, quali sono gli elementi costitutivi del vostro essere … perché solo così raggiungerete la vera sapienza, che vi condurrà alla felicità autentica.

Nati dall’amore e fatti per amare.

Se l’Amore è come l’aria che permette al nostro corpo di vivere, se l’aria è inquinata il nostro corpo ne risente, soffre, può ammalarsi e morire. Analogamente per la nostra vita spirituale: non basta il desiderio di amare perché automaticamente riusciamo a vivere relazioni belle e durature. Se l’amore che alimenta il nostro cuore e la nostra vita è tossico, inquinato, procurerà grandi sofferenze a chi vive con noi e a noi stessi. L’amore fa rima con tenerezza, la parola tenerezza contiene il verbo tenere.

Se io coniugo il verbo tenere nella forma transitiva: io tengo te o intransitiva: io tengo a te, l’esperienza dell’amore avrà caratteristiche profondamente diverse. L’amore come appropriazione dell’altro, come ricerca nell’altro del massimo piacere per sé, inquina questo sentimento, che dovrebbe alimentare esperienze di comunione profonda, condannandoci alla solitudine.

Gesù, nuovo Mosè, fonda il suo insegnamento sulla propria autorevolezza: “Io vi dico …” E ci dice la necessità di imparare ad amare. Non basta il desiderio di amare, per saper amare, bisogna imparare ad amare; e Gesù in questo è il Maestro per eccellenza.

Il brano del Vangelo di Matteo di questa domenica si apre con l’invito a superare “la legge del taglione” che pure era stata un’evoluzione in meglio, in quanto cercava di stabilire un equilibrio tra il male ricevuto e quello ricambiato.

Nella prima lettura abbiamo visto che nell’Antico Testamento era presente il principio della non-violenza: “Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo”; ma questo ideale era molto difficile da perseguire in una cultura dove la vendetta privata era molto diffusa e praticata. Gesù non esita a mettere in discussione il sistema mosaico: non basta bilanciare torti e risentimenti, bisogna spezzare la spirale della violenza: “Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgi anche l’altra …”; vincere l’odio con l’amore: “a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello …”; disarmare la vendetta con il perdono: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. “Affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”.

Amare è voce del verbo perdonare. Se l’amore è tale solo se è gratuito, se è vissuto e caratterizzato dal dono; il perdono è amore elevato a potenza. Perdonare significa aiutare l’altro a comprendere che il suo errore, il suo peccato, gli ha fatto “fallire il bersaglio”, gli ha fatto smarrire il cammino, perdendo di vista la meta; non gli ha consentito di crescere umanamente e spiritualmente.

Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli”. Per amare i nostri nemici dobbiamo pregare. Gesù ci ricorda che nell’Antico Testamento era scritto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”; ma Lui ci dice che tutti siamo figli del Padre che è nei cieli, sia i buoni che i cattivi, sia i giusti che gli ingiusti.

Cosa significa pregare e come la preghiera può aiutarci ad amare i nostri nemici? Per tentare di dare una risposta possiamo fare riferimento al Salmo 102, che la liturgia ci fa pregare in questa domenica: pregare significa bene-dire il Signore, dire-bene di Lui per tutti i benefici che ci ha concesso. E tra i benefici che ci ha concesso e ci concede continuamente c’è il perdono delle nostre colpe. Pregare allora è un’esperienza che parte dal sentirsi amati da Dio “buono e grande nell’amore”, “misericordioso e pietoso, lento all’ira … che non ci ripaga secondo le nostre colpe”. Nel salmo chiediamo di poter avere nei confronti dei nostri fratelli la stessa tenerezza di Dio; quella tenerezza che sperimentiamo su di noi dobbiamo a nostra volta trasmetterla. Nel fare questo però non siamo soli: Dio che ci si rivela come Padre e con estrema delicatezza è presente nella nostra vita; aspetta soltanto che noi apriamo la porta del nostro cuore per riempirlo di un amore smisurato, traboccante, capace di contagiare e colmare la nostra esistenza e quella delle persone che da noi attendono questa pienezza di vita.

Siate perfetti perché perfetto è il Padre vostro celeste”. Un invito che è anche un auspicio; espressione di una grande fiducia che Gesù ha di noi, purché, come dice San Paolo nella seconda lettura, viviamo la consapevolezza di essere in Cristo e, attraverso di Lui, in Dio.

 

Domande per la riflessione personale:

  • “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo”: ho la consapevolezza che partecipo della stessa santità di Dio?
  • Tutti e ciascuno siamo chiamati alla santità: questa vocazione mi spaventa o credo possa dare una direzione alla mia vita?
  • “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”: come può la preghiera aiutarmi ad amare i miei nemici?
  • Pregare è sentirsi amati da Dio: mi capita di vivere questa esperienza? Lo bene-dico per questo, cioè dico-bene di Lui?
  • Sento la responsabilità di essere un “vaso comunicante”: chiamato a non tenere per me l’amore che Dio continuamente mi dona?