XXIX Domenica del Tempo Ordinario

XXIX Domenica del Tempo Ordinario

Seg., 16 Out. 23 Lectio Divina - Ano A

In questa domenica il Vangelo propone alla nostra riflessione una «disputa» tra i farisei e Gesù, famosa per la frase con cui essa si chiude: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio»; una massima divenuta celebre nel nostro comune parlare.

Sarebbe però mortificante ridurre a questa frase l’intero brano odierno. Ciò che deve farci riflettere è l’episodio nella sua totalità e il contesto in cui si genera questa disputa, osservando come la malvagità imprigiona e non permette di avvicinarsi alla vita, a Dio stesso, mentre per adorare veramente Dio è necessario, come Gesù ci insegna, accettare di divenire sua immagine, trasparenza del suo amore.

La disputa era una pratica diffusa negli ambienti rabbinici: i rabbini e i loro discepoli si confrontavano tra di loro, a volte anche in maniera estremamente polemica e dura, sul modo corretto di interpretare la Torah. 
Nel nostro caso, ci dice il Vangelo, alla radice di questa controversia c’è la malizia, la malvagità dei farisei, che rifiutano Gesù fino a desiderare la sua morte. 
È una malizia radicata nel loro cuore, perché, come spiega lo stesso Gesù, proprio dal cuore nascono tutti i propositi di male (Mt 15,11; Mc 7,15-20). 
È una malizia che acceca: i farisei infatti si riuniscono non per vedere come arrivare al bene, ma come riuscire a fare del male a Gesù; dimostrandosi così guide cieche (Mt 23,16), incapaci di condurre se stessi e gli altri alla verità di Dio.
È una malizia che uccide: quello dei farisei è uno sguardo cattivo e vuoto, verso Dio e verso gli altri, perché il loro cuore è indurito e spento.

I farisei, pertanto, non vogliono conoscere le posizioni di Gesù su qualche aspetto della Legge, ma semplicemente metterlo alla prova, farlo cadere in errore, avere di che accusarlo e, di conseguenza, toglierlo di mezzo. Si impegnano per disegnare un piano adatto ai loro obiettivi di morte e, quando lo approntano, si accordano con gli erodiani, altro gruppo ostile a Gesù, per realizzarlo. Questo accordo ribadisce come il male sa allearsi, unire le proprie energie, per essere ancora più forte ed incisivo. Il cuore ostile, poi, si maschera con l’ipocrisia, che è la bravura a fingere, a far apparire il male come un bene e la verità come una menzogna.

Gli erodiani e i discepoli dei farisei introducono la questione con un bel discorsetto in cui affermano con la bocca (sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità) ciò che negano nei fatti, rifiutando che Gesù possa dare una parola di salvezza; inoltre, presentano Gesù come un uomo schietto, ma duro (non guardi in faccia a nessuno). Ed ecco, dietro il velo dell’ipocrisia, la volontà reale di fargli male: una domanda ben architettata che mette Gesù apparentemente in una via senza uscita: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Infatti, se Gesù dicesse che è necessario pagare il tributo, sarebbe accusato di stare dalla parte dei Romani invasori ed oppressori; se affermasse che non è lecito pagare il tributo, si  metterebbe contro i Romani e verrebbe accusato di fomentare ribellione fra il popolo.

Gesù affronta la prova nella sapienza del Padre, che smonta ogni malizia e ipocrisia: ora i ruoli si invertono; è lui a porre una domanda e gli altri devono rispondere. Gesù non ha lo scopo di tendere tranelli, ma vuole condurre alla luce ed alla verità partendo dalla realtà dei fatti e da se stessi.

È un dato evidente che l’immagine e l’iscrizione sulla moneta sono di Cesare; Gesù però chiede ugualmente di chi sono, perché le vere risposte vanno trovate nel proprio cuore. È come se Gesù invitasse i suoi interlocutori a pensare: Questo denaro cosa vi dice al cuore? Pagando o no il tributo a Cesare, a chi appartiene il vostro cuore? Attraverso il cuore, cosa vedete di Dio e cosa vedete di Cesare? E nella risposta: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio», Gesù invita a trovare dentro se stessi la misura di cosa e quanto dare a Cesare e di cosa e quanto dare a Dio.

È chiaro che per Gesù il primato va dato a Dio, ma Lui ci insegna che si deve volerlo con i fatti e non solo con le parole. Chi sceglie Dio come proprio Signore deve impegnarsi a vedere in Lui l’essenziale per la propria vita ed essere a sua immagine (gli altri devono poter vedere Dio attraverso di noi): amando come Lui, nel segno del dono di sé; prendendosi cura degli altri; e accogliendo tutti senza malizia e ipocrisia; non cercando domande che portino alla condanna o che diano risposte a noi convenienti; con un cuore aperto che riesce a vedere lontano, nella speranza, come Dio ha visto in Ciro, re straniero, lo strumento per porre termine all’esilio di Israele (I lettura). Scegliendo Dio, si dà un sapore vero anche ad ogni potere umano, che non diviene dispotico, schiacciando i deboli e operando nella falsità, ma è strumento di giustizia e di vita per tutti, riflettendo il cuore stesso del Signore.

Preghiamo perché il Signore, per mezzo del suo Santo Spirito, ci doni fede operosa, carità che fatica e fermezza nella speranza (II lettura) affinché nella verità dell’amore possiamo adorare Dio ed essere in Lui, gli uni gli altri, strumenti di vita, di accoglienza e di salvezza. 

Domande per la riflessione personale

  • Cosa c’è nel mio cuore: malizia, ipocrisia o desiderio di trovare e fare il bene?
  • Cerco la verità di Dio o preferisco la falsità del peccato?
  • Ho la tentazione di mettere Dio alla prova, aspettandomi che mi risponda secondo le mie aspettative?
  • Nella mia vita, chi detiene il primato: Dio o altri idoli? E quando subisco la prova, come la affronto: nella sapienza di Dio o nella stoltezza del male?
  • Cosa dice qualsiasi potere umano (anche il più piccolo e, in apparenza, insignificante) alla mia vita?