XXX Domenica del Tempo Ordinario

XXX Domenica del Tempo Ordinario

Sex., 27 Out. 23 Lectio Divina - Ano A

Nella Trentesima Domenica del Tempo ordinario Anno A, proseguendo la lettura del Vangelo di Matteo (cap. 20 vv.34-40) vediamo che il brano scelto per la Liturgia si pone in continuità con quelli delle Domeniche precedenti e s’inserisce nel contesto della polemica fra Gesù e gli scribi e i farisei, che qui sembra arrivare a un punto determinante.

«Matteo è il testimone di un grande sforzo nella definizione dei rapporti tra chiesa messianica ed ebraismo rabbinico del I secolo» (A. Mello), la sua narrazione è rivolta sostanzialmente al popolo giudaico e risente quindi di un certo semitismo. Il suo obiettivo è presentare Gesù come Colui che è il compimento della Legge, l’atteso d’Israele che realizza le profezie della Scrittura, il Messia annunciato da secoli.

La questione centrale della domanda posta a Gesù con l’intento di metterlo in difficoltà, è il tentativo di fornire una sorta di “gerarchia tra i comandamenti” o meglio sceglierne uno come il primo e più importante. La faccenda era spinosa e complessa, perché esistevano 613 precetti della Legge su cui i rabbini si dividevano: 248 positivi e 365 negativi.

Gesù risponde rifacendosi alla Scrittura ma allo stesso tempo rileggendo la tradizione in modo innovativo. Egli, infatti, riprende il grande comandamento contenuto in Dt 6,5 sull’amore di Dio, ma la grande novità è che vi associa, in modo speculare, l’altro precetto sull’amore al prossimo presente in Lv 19, 18.

Dio chiede di essere amato con totalità: cuore, anima e mente, perché il Signore è un Dio geloso come dice in Esodo 20, 2-6: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal Paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi».

Ma come verificare l’autenticità di questo amore?

«Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per rendere a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni» (Geremia 17, 9-10).

Ed ecco la dirompente novità del Nuovo Testamento, l’annuncio cristiano che spiazza ogni spiritualizzazione, sublimazione, fanatismo, idolatria: non esiste amore per Dio che non si rifletta nell’amore per gli altri; e non esiste amore per gli altri che non presupponga un sano amore per sé stessi.

«L’amore, infatti, è uno, come Dio stesso è uno. Amo il fratello e il Padre con lo stesso amore con cui il Padre ama me come figlio» (S. Fausti).

Dice san Giovanni: “Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4-20).

Ma ha ancora senso parlare di amore oggi, in un mondo in cui si addestrano bambini alla guerra, in cui si torturano e depredano uomini disperati che hanno l’unica colpa di scappare dalla propria terra in cerca di un futuro migliore, in cui si uccidono vite innocenti per 75 euro di rapina? Questi sono solo alcuni dei più recenti fatti di cronaca che ogni giorno ci sfilano davanti durante il telegiornale.

La speranza sembra essere ingoiata dalla paura, dall’indifferenza, dal cinismo. È come se nell’aria aleggiasse questa minaccia: “Chi sarà il prossimo? A chi toccherà? Cosa sta per succedere?” e “Come potrò sopravvivere?”.

La posta in gioco di questo Vangelo è molto alta, perché ci obbliga a verificarci nella verità; lo è soprattutto per noi “addetti ai lavori” che frequentiamo la Chiesa, che ci definiamo cristiani, che abbiamo in un modo o in altro un ruolo all’interno di essa. Per noi che come gli scribi di cui ci parla Matteo crediamo di poter contenere Dio nelle nostre categorie, di incasellarLo nei nostri schemi, di comprenderlo con i nostri ragionamenti.

Ma il nostro Dio è un Dio che va oltre ogni schema, che realizza la Legge superandola, che ci parla di Lui incarnandosi, che ci salva morendo e risuscitando. Un Dio così non si poteva immaginarlo; possiamo conoscerlo soltanto nel suo rivelarsi.

Nel capitolo 25 del suo Vangelo Matteo espliciterà la radicalità di tutto ciò nel cosiddetto discorso escatologico, in cui Gesù si identificherà espressamente con l’uomo ferito e bisognoso di tutti i tempi. Gesù ci spiega l’amore vivendolo fino in fondo da uomo ma anche da Dio, cioè con quella forza che vince la morte. L’amore è un dono che viene dall’alto che siamo chiamati ad accogliere e far circolare: «Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4, 7-10).

Dice L. Epicoco: «Parlare bene dell’amore ci dà la dolcezza, ma non è l’amore. Perché l’amore non è parlare bene dell’amore. Esso è qualcosa che si fa, è un fatto che non è racchiudibile in nessuna dottrina, in nessun catechismo, in nessuna predica».

L’amore non è un sentimento, non è un’emozione, ma una scelta, una decisione, un atto libero della volontà che dura nel tempo: io scelgo di amarti con tutto ciò che ho e sono e in questo atto di pura libertà io compio me stesso e obbedisco a Dio, perché accolgo un dono che Lui mi ha fatto e realizzo ciò per cui sono fatto.

La Liturgia di oggi ci parla quindi di un amore concreto, incarnato, libero, umano e divino insieme che ha la forza di stare in mezzo al male senza lasciarsi contaminare, che ci avvicina a Dio avvicinandoci all’uomo e viceversa, che è principio e culmine di tutta la Legge e i Profeti.

Chiediamoci:

  • Di fronte a questo amore, come sto?
  • Che esperienza ho dell’amore di Dio?
  • Come vivo il rapporto con gli altri?