Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Seg., 08 Abr. 19 Lectio Divina - Ano C

Questa Domenica di grande solennità, si pone al confine sia del tempo di Quaresima, essendone il termine, sia della Settimana Santa, poiché la inaugura. Volendo distinguere, potremmo dire che la Commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, che apre la liturgia odierna per mezzo della benedizione e della processione con i rami d’ulivo e le palme, segna la fine della Quaresima, mentre la liturgia della Parola soprattutto con la lettura della Passione di Gesù Cristo, quest’anno secondo il vangelo di Luca, apre il tempo della preparazione immediata alla Pasqua di morte e risurrezione del Signore.

Il brano evangelico di Lc 19,28-40 che ascoltiamo nella liturgia e che precede la processione delle palme, ci presenta Gesù mentre entra a Gerusalemme attorniato da una folla festosa di discepoli e di pellegrini, uomini e donne giunti a Gerusalemme per la Pasqua.

L’ovazione che accompagna Gesù in questo solenne ingresso nella città santa, alimentata sia dalle crescenti aspettative che il popolo d’Israele aveva nei confronti del Messia, secondo le parole dei profeti, sia dalle parole e dai prodigiosi segni compiuti da Gesù lungo il suo cammino, aveva accresciuto lo sdegno del sinedrio, già da tempo in ricerca spasmodica di un capo di accusa per mettere a morte Gesù.

Come sempre, nelle cose di Dio, se abbiamo potuto distinguere i due momenti della vita di Gesù in gloria e in passione, possiamo senz’altro vedere l’unità misteriosamente presente in questa solenne celebrazione. Lo facciamo sia attraverso le parole della folla che ha seguito Gesù festante verso la città santa, acclamandolo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!», e sia, qualche giorno più tardi, attraverso l’urlo ostile e deciso della stessa folla che lo rifiuterà: "Crocifiggilo! Crocifiggilo!" (Lc 23,21). La benedizione come Re e l’accusa come reo si fondono formando un unico evento, del quale Gesù è pienamente consapevole, perché egli pesa veramente le parole… perché conosce il cuore dell’uomo e la sua volubilità, dunque non si gloria della popolarità che riscontra, ma vive questa esperienza di “successo pubblico” come il compimento delle parole della Scrittura… come possibilità di glorificare Dio attraverso la sua adesione alla volontà del Padre. Questo è per noi l’insegnamento da seguire: le due dimensioni della gloria e della passione, anche se apparentemente opposte, rivelano la verità piena: la gloria di Dio si manifesta nella passione di Gesù Crocifisso. L’immagine del corpo del Risorto nel quale splendono le ferite che hanno segnato la carne di Gesù, sono un’eloquente “parola” su questo argomento, che possiamo comprendere attraverso la nostra esperienza, in cui il mistero di gioia-dolore è una realtà vitale spesso inscindibile, dove la gioia è sempre mista al dolore, il dolore è sempre intriso di gioia.

Prepariamoci dunque, a vivere con Gesù questa verità unitaria che è profondamente nostra, per imparare a sperimentare la profondità degli eventi nei quali siamo immersi quotidianamente, fatti di lice e tenebre, di bene e di male.

Andiamo a Gerusalemme con Gesù acclamandolo Re, tra la folla festante, ma accettiamo anche di essere tra quelli che urlano un giudizio iniquo e menzognero, sempre pronti a puntare il dito, a volgere le parole e le spalle per nascondere la verità a se stessi e agli altri. Andiamo a Gerusalemme sapendo che il Re sederà su un trono alto, e, innalzato da terra, attirerà gli sguardi di tutti verso l’amore di Dio che si fa dolore per noi.

In quel tempo Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.
Gesù prosegue il suo cammino davanti a tutti, deciso, lasciando trasparire ancora quella risolutezza con la quale ha iniziato il suo viaggio verso Gerusalemme in Lc 9,51: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme”, indurendo il volto, come dice Is 50,7: “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso”. È lui che ci precede sulla via della croce.

Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi…
Geograficamente siamo ad est di Gerusalemme, dove si trova il monte Uliveto, alto più o meno 800 mt. Per raggiungere Gerusalemme da Bètfage e Bètania, ultimi villaggi nella zona del monte, è necessario prima scendere e poi salire. Questo movimento compiuto da Gesù per entrare a Gerusalemme è la sintesi della sua esistenza di Figlio di Dio, disceso nella carne, per essere innalzato sulla croce, carne trafitta, per poi risalire alla destra del Padre, carne gloriosa.

Come la strada per Gerusalemme, così anche la nostra strada alla sequela di Gesù è una scuola di vita, bisogna scendere prima di salire: discendere, per accogliere la nostra e l’altrui debolezza, per poi affrontare la risalita, sapendo che la fatica che ciò comporta, non possiamo sopportarla da soli. L’immagine della cordata rende l’idea. Una processione di uomini e donne che uniti gli uni gli altri affrontano il cammino sapendo che in testa c’è un uomo deciso e sicuro, colui che conduce alla mèta, alla città eterna. È il cammino della Chiesa.

 … inviò due discepoli … Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto.
Così come abbiamo ritrovato l’atteggiamento deciso di Gesù nell’affrontare la parte finale del suo viaggio verso Gerusalemme in Lc 9,51, così troviamo un altro elemento comune con il nostro brano, nel versetto 52: Gesù “mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui”. I due discepoli erano Giacomo e Giovanni. Ancora, per i preparativi della Pasqua leggiamo in Lc 22,8-12, Gesù “mandò Pietro e Giovanni dicendo: "Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare". Gli chiesero: "Dove vuoi che la prepariamo?". Ed egli rispose: "Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d'acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà e direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov'è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparate". Le assonanze sono molto evidenti e ci dicono uno stile di invio del Signore, che manda i suoi discepoli “avanti” per preparare e per collaborare alla sua missione, senza mandarli allo sbaraglio; infatti li informa di ciò che avverrà con autorità e rendendoli sicuri di non essere abbandonati dal Maestro.

Circa il puledro da slegare, di sottofondo, senza menzione esplicita, come invece accade nella versione matteana, risuonano alle nostre orecchie le parole del profeta Zaccaria (Zc 9,9-10): “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra”. Il riferimento alle parole del profeta, indica la corrispondenza tra il Messia atteso dal popolo e la persona di Gesù: il re che Israele stava aspettando era un re giusto e vittorioso, ma soprattutto umile e portatore di pace.

La scelta del puledro come cavalcatura per l’ingresso a Gerusalemme, dunque non è un dettaglio, ma esprime ciò che Gesù è ed è stato fino a quel momento: mite e umile di cuore, lento all’ira e ricco di misericordia. Infatti mentre i guerrieri montavano i cavalli per giungere alla vittoria, le persone povere e pacifiche cavalcavano gli asini. La storiografia ci insegna che la cavalcatura tipica del re era il cavallo, anzi proprio dal numero dei cavalli che un re possedeva si misurava la sua ricchezza e la sua potenza, poiché era l’animale usato per fare la guerra, mentre l’asino era usato in tempo di pace. Questo è già di per sé molto significativo riguardo alle intenzioni di Gesù: egli non giunge a Gerusalemme come capo militare, circondato da un esercito a cavallo, ma seduto sopra un asino e circondato da una folla festante a piedi. Non si tratta di una parata militare, ma di una processione rituale. Tra l’altro Dio aveva espressamente proibito la moltiplicazione dei cavalli nel paese d'Israele (Dt 17,16).

Anche la scelta del puledro sul quale non è mai salito nessuno, non è casuale, ma ha dei riferimenti nell’AT: come gli animali che venivano usati per il sacrificio non potevano essere usati per lavori comuni, perché erano già destinati a Dio, così anche la cavalcatura di Gesù, re e Messia, doveva essere un puledro sul quale nessuno era mai salito.

Il Signore ha bisogno di un puledro, di un asino, per il suo ingresso a Gerusalemme come Messia. Ancora una volta, il Signore ha bisogno di ciò che conta meno. Possiamo dire che in quel puledro e in ciò che esso rappresenta c’è spazio per tutti: per chi si sente incapace e inadeguato a portare il Signore agli altri, e per chi viene giudicato inadatto a portare Gesù, a causa della vita passata o del proprio carattere.

Il Signore ha bisogno di noi, così come siamo, lenti e cocciuti, ma disposti a portarlo, perché Lui cavalca assecondando il nostro ritmo. Anche oggi Gesù sceglie non cavalli forti e vigorosi, ma asini miti e silenziosi per arrivare al cuore degli uomini. Così verrà a noi, non nel clamore, non nel vento gagliardo, non nel suono di tromba, non su un cocchio dorato: verrà nella brezza lieve, nel silenzioso profumo dell’aria di primavera, nel lento e ritmato incedere, nel suono delle foglie mosse dal vento. Così verrà e così noi dovremmo portarlo.

Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada.
I discepoli, trovato il puledro, lo slegano e lo portano a Gesù, davanti al quale lo “sellano” dei loro mantelli, mentre altri li stendono lungo la strada a mò di tappezzeria, fuori dal paese. Sono gesti di accoglienza che dimostrano rispetto, gesti che si fanno quando arriva un re.

Possiamo leggere cosa accadde dopo l’unzione di Ieu come re d’Israele in 2 Re 9,13. Infatti quando c’era l’intronizzazione regale, il popolo, in segno di sottomissione, metteva il proprio mantello, immagine della propria vita, lungo il percorso del nuovo re.

In questo modo possiamo capire che con questo gesto, i discepoli accolgono, accettano quest’immagine di Messia non violento, di Messia portatore di pace, colui che avrebbe realizzato la profezia di Zaccaria, e in segno di adesione, mettono il proprio mantello, cioè la propria esistenza, nelle mani di Gesù, disposti a seguire un Messia di pace.

Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».
Siamo vicini alla vista splendida di Gerusalemme dalla discesa del monte Uliveto. Da qui tutti iniziano ad acclamare, e ai gesti di sottomissione seguono le parole osannanti che annunciano l’avvento della pace: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».

Queste parole ci ricordano le parole degli angeli alla nascita di Gesù, così come viene narrata da Luca al capitolo 2, dove la venuta di Gesù è portatrice di una pace che conquisterà a prezzo del suo sangue: Tuttavia quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti (Eb 2, 9). Noi siamo chiamati ad essere questo segno nel mondo, ad essere persone rappacificate anche se soffrono o hanno sofferto, anche se devono lottare o subire l’ingiustizia.

Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».
Ai farisei che gli chiedevano di far tacere la folla, Gesù rispose: "Se questi taceranno, grideranno le pietre" (Lc 19,40). Egli si riferiva, in particolare, alle mura del tempio di Gerusalemme, costruito in vista della venuta del Messia e ricostruito con grande cura dopo essere stato distrutto al momento della deportazione babilonese. La memoria della distruzione e della ricostruzione del tempio era rimasta viva nella coscienza d'Israele e Gesù faceva riferimento a tale consapevolezza, affermando: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (Gv 2,19). Come l'antico tempio di Gerusalemme fu distrutto e ricostruito, così il nuovo e perfetto tempio del corpo di Gesù doveva morire sulla Croce e risorgere il terzo giorno.

Questa pericope è riportata solo da Luca ed è una espressione proverbiale usata dai Greci e dai Romani, e anche dagli Ebrei. La troviamo già in uso ai tempi del profeta Abacuc 2:11. La testimonianza resa in quel giorno era stata predetta dai profeti, perché era necessario che l'attenzione di tutti quelli che si trovavano allora in Gerusalemme fosse attirata su di lui.

Gesù che fin dall’inizio del suo ministero aveva cercato l’anonimato e la solitudine nel deserto e sui monti per evitare la notorietà, non si tira indietro nell’ora del clamore, considerandola come una parte necessaria al disegno di Dio, perché il Messia saliva per l'ultima volta in Gerusalemme… ne sarebbe sceso presto, salendo, tra urla dissacranti, sul legno della Croce, il pinnacolo più alto dal quale ogni uomo vedrà la sua salvezza.