III Domenica di Quaresima

III Domenica di Quaresima

Seg., 18 Mar. 19 Lectio Divina - Ano C

Siamo già alla terza domenica di Quaresima! Tempo in cui ci è dato tutto lo spazio per celebrare, approfondire, vivere la Misericordia di Dio nella nostra vita. La bontà del Signore si manifesta in noi e per ciascuno di noi in tanti modi; ecco perché quando ci si accosta alla Parola è necessario allargare lo sguardo a tutta la divina liturgia, compresa l’eucologia.

Per entrare nel vivo di questa esperienza “spirituale”, è importante avere una visione panoramica dei testi biblici, con i formulari liturgici, le antifone “alla Comunione”. A grandi linee risultano evidenziati i contenuti utili alla crescita spirituale di ognuno di noi. A dare unità a tutta l’eucologia quaresimale è la Colletta della I° Domenica di Quaresima:
O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.

Ogni volta che iniziamo la nostra Lectio Divina, chiediamo l’aiuto dello Spirito Santo perché ci aiuti ad ascoltare, a capire, a pregare a mettere in pratica. 

Antifona d'ingresso
“Quando manifesterò in voi la mia santità,
vi raccoglierò da tutta la terra;
vi aspergerò con acqua pura
e sarete purificati da tutte le vostre sozzure
e io vi darò uno spirito nuovo”, dice il Signore. (Ez 36,23-26)

Vi darò uno spirito nuovo”, dice il Signore
L’accento del messaggio di Ezechiele verte soprattutto su un altro aspetto ben più sorprendente. L’umanità, infatti, è destinata a nascere ad una nuova esistenza. Il primo simbolo è quello del «cuore» che, nel linguaggio biblico, rimanda all’interiorità, alla coscienza personale. Dal nostro petto verrà strappato il «cuore di pietra», gelido e insensibile, segno dell’ostinazione nel male. Dio vi immetterà un «cuore di carne», cioè una sorgente di vita e di amore (cf v. 26). Allo spirito vitale, che nella creazione ci aveva reso creature viventi (cf Gn 2,7), subentrerà, nella nuova economia di grazia, lo Spirito Santo che ci sorregge, ci muove, ci guida verso la luce della verità e versa «l’amore di Dio nei nostri cuori» (Rm 5,5)”. (Giovanni Paolo II)

Lo Spirito che Dio nuovamente infonde in noi equivale ad una ri-creazione; il Signore ci rende nuovi se abbandoniamo ciò che ci distanzia dal Vangelo, se riusciamo a fare Silenzio e ci consegniamo all’Ascolto.
Scrive il poeta:

Depongo la parola
che vorrei pronunciare
nel cuore stesso del silenzio:
il silenzio conserva
tutto ciò che diciamo
con sentimento, con fervore, con fede.
E il silenzio
porta le nostre preghiere ovunque vogliamo,
o le eleva a Dio. (Khalil Gibran)

Un altro po’ di spazio lo riserviamo alla Colletta, il cui significato sta per “raccogliere”. Il sacerdote invita a pregare e, dopo un momento di silenzio, raccoglie le preghiere dell'assemblea in una unica preghiera. Caratteristica della colletta è di richiamare il mistero della festa che si celebra o il tempo liturgico o il santo di cui si fa memoria. Al termine della colletta tutti ratificano con l'Amen le parole del sacerdote.
Dire "Amen" significa acconsentire a ciò che è stato detto o fatto: è atto di consenso, di adesione del popolo all'opera di Dio.
Nella Colletta si sottolinea ancora una volta lo stile di Dio: La misericordia! In tutta la Sacra Scrittura si trovano più di quattrocento passi che lodano direttamente la Misericordia, nel libro dei Salmi centotrenta, e altri brani molto più numerosi lodano la Misericordia indirettamente. In greco, lingua del Nuovo Testamento, misericordia si dice éléos. Questa parola ci è familiare nella preghiera Kyrie eleison, che è una invocazione alla misericordia del Signore. Éléos è la traduzione abituale, nella versione greca dell’Antico Testamento, della parola ebraica hésèd. È una delle parole bibliche più belle. Spesso, la si traduce molto semplicemente con amore. Il più delle volte rende rehamim, ma anche altri vocaboli che significano mostrare grazia e favore. Infine, in uso ancora più ridotto, va ricordato splànchna,che letteralmente equivale a rehamìm, proprio in senso di “viscere” (Pro 12,10), in conseguenza della concezione antica secondo cui dalle viscere si sprigionano i sentimenti; esprime accondiscendenza, amore, tenerezza, simpatia e benignità, nonché misericordia e compassione. Come si vede, è di tutta questa ricchezza e varietà di vocabolario che si deve tener conto per approfondire e riscoprire pienamente il concetto di misericordia, nella Bibbia e nella vita.

Colletta
Dio misericordioso, fonte di ogni bene,

tu ci hai proposto a rimedio del peccato
il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna;
guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria
e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe,
ci sollevi la tua misericordia.

Dopo aver pregato possiamo fare un ulteriore passo ed entrare nel cuore della Liturgia della Parola data dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,1-9) 

La Pazienza di Dio! Si potrebbe parlare a lungo sul modo che Dio ha di relazionarsi con me, con te … La Scrittura attesta che la «pazienza» è anzitutto una prerogativa divina; secondo Esodo 34,6 Dio è akrothymos, «longanime», «magnanimo», «paziente» (in ebraico l’espressione equivalente suona letteralmente: «lento all’ira»). Nella Bibbia vi sono molti esempi di persone che hanno avuto pazienza nel loro cammino con Dio. Giacomo ci indica i profeti, come un esempio di pazienza di fronte alle sofferenze (Giacomo 5,11). Abramo aspettò pazientemente e ricevette ciò che gli era stato promesso (Ebrei 6:15). Gesù ci mostra fiducia e pazienza: “Fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio” (Ebrei 12,2).

La pazienza di Abramo Infatti, quando Dio fece la promessa ad Abramo, siccome non poteva giurare per qualcuno maggiore di lui, giurò per sé stesso, dicendo: «Certo, ti benedirò e ti moltiplicherò grandemente».

La pazienza di Giobbe e dei profeti “Prendete, fratelli. Ecco, noi definiamo felici quelli che hanno sofferto pazientemente. Avete udito parlare della costanza di Giobbe, e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è pieno di compassione e misericordioso.” (Giacomo 5,10-11)

Tutta la storia della salvezza esprime dunque la pazienza di Dio, che si mette accanto al suo popolo, e progressivamente lo guida verso la pienezza della gioia. Né le lentezze dell’uomo, né le sue infedeltà tolgono la speranza di Dio di vedere ritornare il suo popolo. Per noi cristiani la strada del ritorno si chiama Gesù, in Lui e per Lui tutto trova compimento.

Venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. La pianta di fico è una delle piante più comuni e generose della Palestina. Generalmente è piantata in mezzo alle viti - il simbolo più eloquente di Israele - e producono frutti per dieci mesi ininterrottamente. Il fico pure rappresenta il popolo eletto e in questa parabola è molto evidente. Ma non è solo il popolo di Dio, bensì tutti coloro che ascoltano la Parola. Dio ha piantato l'albero del fico e cerca frutti. Gesù è l'agricoltore. I tre anni possono essere il periodo della predicazione, dopo di quali si aspetterebbe abbondanza di frutti. Non trovando frutti, il padrone emette una sentenza severa. La parabola del fico sterile ha lo scopo di sottolineare l’urgenza della conversione non in termini di tempo ma di amore, di portare frutto per vivere da figli.

“Padrone, lascialo ancora quest'anno” ... Dio non si rassegna facilmente ad ammettere la quasi inutilità del fico, non c’è nulla da fare ma sa aspettare. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire …. Il fico sterile è il popolo di Dio, è il singolo cristiano, siamo io e te. Non è una immagine nuova nella Bibbia. L’aveva già usata Geremia: “Non c’è più uva nella vigna né frutti sul fico, il fogliame si è avvizzito”. I giudei del tempo di Gesù leggevano il passo applicandolo al popolo del passato. Ma la parabola è raccontata per noi, oggi!

“Lascialo ancora quest’anno". Importante è il dialogo tra il padrone della vigna e il contadino. Tra il Padre e il Figlio si insatura una comunicazione di intercessione per l’umanità divenuta terra arida, vuota, spenta. Gesù è l’Eterno intercessore che ostinatamente crede e spera nella possibilità che l’albero dia frutti anche attraverso il suo aiuto. Cristo non vuole che il suo lavoro di “tre anni” si riduca ad un grumo di niente per questo osa domandare, si espone, ci rimette di suo, rischia, dà la vita! La Sua morte e risurrezione crea un percorso unico e irrepetibile di Riconciliazione per tutti gli uomini.

Preghiera sulle offerte
Per questo sacrificio di riconciliazione

perdona, o Padre, i nostri debiti
e donaci la forza di perdonare ai nostri fratelli.

«L’Anno della Fede – scrive Benedetto XVI in “La Porta della Fede”, – è un invito ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo. Nel mistero della sua morte e risurrezione Dio ha rivelato in pienezza l’Amore che salva e chiama gli uomini alla conversione di vita mediante la remissione dei peccati (At 5,31). Per l’Apostolo Paolo questo Amore introduce l’uomo ad una nuova vita: per mezzo del Battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una nuova vita” (Rm 6,4). “Grazie alla fede questa vita nuova plasma tutta l’esistenza umana sulla radicale novità della risurrezione. Nella misura della sua libera disponibilità, i pensieri e gli affetti, la mentalità e il comportamento dell’uomo vengono lentamente purificati e trasformati, in un cammino mai compiutamente terminato in questa vita. La fede che si rende operosa per mezzo della carità (Gal 5,6) diventa un nuovo criterio di intelligenza e di azione che cambia tutta la vita dell’uomo. (cfr. Rm 12,2; Col 3,9-10; Ef 4,20-29; 2Cor 5,17).»