Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

Qui., 22 Nov. 18 Lectio Divina - Ano B

La solennità di Cristo Re venne istituita dal Papa Pio XI con l’Enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925 e da lui stesso fu celebrata per la prima volta il 31 dicembre di quell’anno santo 1925.
Il grande pontefice intendeva così rispondere alle numerose petizioni firmate da Cardinali, Vescovi, Istituti religiosi, Università cattoliche e centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo, che gli chiedevano di stabilire una festa liturgica propria; con lo scopo di «riparare gli oltraggi fatti a Gesù Cristo dall'ateismo ufficiale» e proclamare solennemente «i sovrani diritti della persona regale di Gesù Cristo, che vive nell'Eucaristia e regna, col Suo Sacro Cuore, nella società».
Pio XI motivò inoltre la creazione di questa nuova festa come efficace aiuto spirituale per il popolo di Dio, in quanto attraverso il ritmo ciclico dell’anno liturgico viene facilitata l’assimilazione dei divini misteri.
Egli spiegò ampiamente come la regalità di Cristo sia fondata sulle Sacre pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, sulla testimonianza dei Padri e dei Concili. Ricordava in particolare che il Concilio di Nicea ha inserito nel Simbolo la formula che proclama la dignità regale di Cristo, con l’espressione: «il suo regno non avrà mai fine».

Con la celebrazione di questa solennità, nata in un contesto culturale in cui si stavano affermando vari totalitarismi che pretendevano dai popoli un'adesione personale assoluta, papa Pio XI intese sottolineare la signoria di Cristo sulla storia, sul tempo, su tutti gli uomini.
Sebbene nella situazione contemporanea le monarchie assolute siano passate di moda, non manca la tentazione di assoggettarci, spesso inconsciamente, ai potenti di turno … Il nostro re oggi può diventare il denaro o il successo; a volte ci facciamo noi stessi re della nostra vita, o eleviamo a questo ruolo una persona, un'ideologia o, peggio ancora, una cosa, una passione … Sono tutti re di un regno destinato a cadere ...
Il regno di Dio che Gesù ci propone, invece, non è di questo mondo: è il regno dell’Amore; e se la nostra vita ruota intorno a Lui, diveniamo partecipi della sua vittoria regale sul male e sulla morte.
La Liturgia della solennità con le letture ci sollecita a riconoscere nel “figlio dell’uomo” preannunciato dal profeta Daniele il Signore Gesù, al quale è stato dato “un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto”. Gli fa eco la solenne affermazione del Salmo 92: “Stabile è il tuo trono da sempre, dall'eternità tu sei”.
Il testo dell’Apocalisse ci introduce a comprendere e approfondire la qualità della regalità di Cristo, che non solo è “sovrano dei re della terra”, ma coinvolge ciascuno di noi e tutti insieme come sua Chiesa; dal momento che Egli “ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue” siamo invitati ad essere consapevoli che “ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre”.
Il brano evangelico di Giovanni, nel contesto della grande martyrìa-testimonianza che il Cristo dà su se stesso, prima davanti ai capi giudei e poi davanti alle autorità romane, ci apre alla comprensione della regalità di Cristo come Egli l’ha vissuta. Nei pochi intensi versetti proposti alla nostra meditazione per l’anno B, l’interrogatorio a Gesù circa la sua identità regale ci viene presentato come un vero dramma, in cui i personaggi si interpellano reciprocamente e dove risulta che Pilato, con la sua incapacità di decidersi per la Verità, volge il dramma in tragedia.

33 In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Tu sei il re dei Giudei?». In tutte le narrazioni evangeliche sono queste le prime parole che Pilato rivolge a Gesù. Si tratta di un interrogativo preciso, perché nella sua responsabilità di giudice rappresentante dell’Impero egli deve appurare se l’accusa politica fatta dai Giudei contro Gesù sia autentica. La pretesa di opporsi a Cesare e di costituirsi re, infatti, di per sé dimostrerebbe una presunzione assurda e dovrebbe essere punita con la morte. Quindi, secondo la tradizione del diritto romano, il procuratore deve verificare di persona se l’imputato è colpevole di quanto gli si attribuisce. Il titolo contestato a Gesù non è quello tradizionale di sapore messianico: “Re d’Israele”, che avrebbe avuto una connotazione religiosa; è invece quello di “Re dei Giudei”, che facendo riferimento alla popolazione insediata in quel territorio ha un preciso significato politico.

34 Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». La domanda che Gesù fa a Pilato lo trasforma da imputato in inquirente; infatti l’uomo che è chiamato ad esercitare il giudizio viene richiamato a indagare su se stesso, per vedere se ciò che sta dicendo viene da una convinzione personale o se si affida indiscriminatamente al pensiero degli altri.

35 Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Il giudice elude la domanda e risponde facendone altre; la prima, sprezzante, vuole prendere le distanze tra lui che è dalla parte del potere e Gesù che si trova come reo, per di più figlio di un popolo che è stato capace di tradirlo, consegnandolo al potere nemico. Gesù in effetti si trova solo: la sua gente e i suoi capi religiosi sono contro di lui.
La seconda domanda di Pilato vuole far confessare all’imputato con la sua stessa bocca i fatti per cui è stato presentato come un reo di morte. Ma Gesù non dà risposta a questa provocazione.

36 Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Gesù dissipa subito la preoccupazione di Pilato spiegando la natura del suo regno; esso non appartiene all’ordinamento politico di questo mondo, basato sull’ambizione, sul denaro e sul potere; scartando la regalità che si basa sulla forza chiarisce che non ha la pretesa di occupare un trono quaggiù. Il “mondo” infatti, qui come in altri contesti giovannei, è il sistema di ingiustizia che opprime l’uomo asservendolo a un altro uomo. Niente di tutto questo nel regno di Gesù: Egli invece pratica il servizio all’uomo e rifiuta ogni potere concepito come dominio che si appoggia alla forza delle armi. Per questo precisa che se il suo regno fosse secondo l’ordinamento terreno, avrebbe uomini armati che lo difenderebbero. La sua scelta invece è quella della non violenza, della rinuncia all’uso della forza.
La regalità di Gesù non ha origine da nessun riconoscimento di questo mondo; appartiene a “ciò che è alto”; e poiché gli viene dal Padre e dallo Spirito è caratterizzata dall’amore, che comunica vita e non vuole produrre morte per mezzo dell’oppressione. Il suo regno non si impone: viene accettato liberamente da chi lo riconosce. La sua missione regale si realizza nella storia, sebbene rifiuti i criteri mondani; la sua Comunità non deve rifuggire dalla storia, anzi è chiamata a inserire in essa l’afflato dello Spirito di Verità proprio nel contesto storico, sociale, multi-religioso in cui si trova a vivere.

37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Nell’ulteriore domanda di Pilato si coglie quasi un senso di stupore, dopo le affermazioni di Gesù sulla natura della sua regalità; quel singolare imputato, infatti, non ha parlato di Re, ma di Regno; l’inquisitore deve quindi chiarire, alla luce delle affermazioni precedenti che negano tutti i requisiti consueti dei sovrani di questo mondo, se davvero il Nazareno si considera Re.
Gesù conferma la sua natura regale, e dichiara apertamente che si tratta di una investitura che possiede da sempre; per questo la sua nascita e la sua venuta nel mondo sono la riposta a una missione che appunto gli viene dall’alto: testimoniare la verità.
Gesù comunica la verità su Dio perché ne manifesta l’amore; e la verità sull’uomo in quanto realizza il progetto di Dio su di lui. La missione di Gesù di rendere testimonianza alla verità mostra come Egli eserciti la sua missione liberatrice: chi aderisce a Lui lo ascolta, cioè si fida di Lui e lo segue.Si può mettere questa affermazione in relazione con Giovanni 10,16.27, in cui Gesù affermava che le sue pecore ascoltano la sua voce. Questo consente di chiarire ulteriormente la natura del regno di Cristo. Egli si presenta come il Re-Pastore, escludendo ogni idea di dominio e di potere; anzi dalla risposta emerge la sua capacità e volontà di dare la vita per coloro che il Padre gli ha affidato.
Questo è il nostro Re!