Salmo 97

Salmo 97

Sex., 14 Dez. 18 Lectio Divina - Salmos

Il salmo 97 è un inno escatologico alla regalità di Jahweh. Il suo autore non vuole essere un poeta originale; ciò che si propone è rendere attuale il messaggio del Deuteroisaia, con l'ausilio di immagini tradizionali e l'appoggio di pertinenti testi scritturali, tra i quali anche altri salmi. Qui l'accento cade sulla visuale escatologica, che potrebbe quasi dirsi apocalittica.

Il salmo può essere suddiviso in tre parti:
La grande teofania cosmica (vv. 1 - 6)
La reazione degli idoli e degli idolatri (vv. 7-9)
La reazione dei fedeli (vv. 10-12)
La grande teofania cosmica (vv. 1 - 6)

v.1: "Il Signore regna, esulti la terra, gioiscano le isole tutte". La grande acclamazione "Jahweh regna", apre il salmo e si diffonde per tutto il mondo come se fosse uno squillo di tromba. A questo annunzio che fa profilare all'orizzonte l'intervento divino, tutta la terra trasale di gioia. Anche le isole sono colme di esultanza.

v.2: "Nubi e tenebre lo avvolgono, giustizia e diritto sono la base del suo trono". Èla teofania modellata sul Sal 18, 8-16 e sul Sal 29, secondo i clichés teofanici che comprendono sconvolgimenti atmosferici celesti e terremoti sulla superficie della terra, segni simbolici per esprimere la trascendenza e l'onnipotenza di Jahweh (cf Es 19, 16-20). Dio si erge come il cavaliere del Sal 18: "Cavalcava un cherubino e si librava sulle ali del vento" (v 11), avvolto nel mantello delle nubi e dell'oscurità tempestosa. Egli "cavalca sui cieli per venirti in aiuto e sulle nubi nella sua maestà"(Di 33, 26). Viene collocato il suo trono che è sorretto dalle due virtù classiche dell'alleanza (giustizia e diritto), ora personificate come valletti del gran re. Questo trono celeste ha un suo punto di appoggio nell'arca di Sion, il trono terrestre di Jahweh dove la giustizia e il diritto si manifestano attraverso l'Alleanza e il culto di Israele.

v.3: "Davanti a lui cammina il fuoco e brucia tutt'intorno i suoi nemici". Inizia la sfilata degli agenti cosmici. Il fuoco rappresenta Dio in quanto è trascendente e quindi intoccabile, ma anche raffigura Dio come immanente, perché il fuoco riscalda e illumina. Il fuoco ha inoltre un’azione repressiva, in quanto incenerisce gli avversari del suo Creatore; essi si dileguano e si sciolgono davanti all'energia dirompente e trionfale di Dio (cf Num 16, 35).

v.4: "Le sue folgori rischiarano il mondo: vede e sussulta la terra". Nel corteo teofanico che precede Jahweh cammina anche l'avanguardia delle sue folgori, descritte nel loro balenare cosmico. I loro squarci di luce illuminano tutta la terra, che reagisce come se fosse una persona che "vede" un evento terrificante e si impressiona. Entra in azione quindi l'aspetto più "terrestre" della teofania, manifestato dal terremoto e dallo "sciogliersi" dei monti.

v.5: "I monti fondono come cera davanti al Signore, davanti al Signore di tutta la terra". Considerate le creature più antiche e più stabili, le montagne davanti al fuoco divino si liquefanno come cera, dando origine a un nuovo impasto cosmico (cf Michea 1, 3. 4). Tutto questo ribaltamento degli elementi cosmici per una nuova struttura planetaria, avviene "davanti al Signore" che è cantato nel versetto come "il Signore di tutta la terra". Egli è l'arbitro totale della sua creazione, che può essere plasmata come cera anche nel suo scheletro strutturale montuoso.

v.6: "I cieli annunziano la sua giustizia e tutti i popoli contemplano la sua gloria". La teofania si chiude con una corale acclamazione conclusiva che si leva da tutta la terra e da tutti i popoli (cf v 1). Dio si impone con la sua presenza, balena con la sua gloria; non si possono avere labbra mute né occhi ciechi e non vedere. Davanti all'esplosione della gloria teofanica, si dipartono due reazioni che costituiscono i due settori in cui è divisa l'umanità: la reazione idolatrica che rappresenta l'area del male, e la reazione gioiosa dei fedeli che "odiano il male" (v 10).

La reazione degli idoli e degli idolatri (vv. 7 - 9). La reazione davanti alla teofania dell'unico Dio passa attraverso gli idoli stessi e i loro cultori.

vv.7-8: "Siano confusi tutti gli adoratori di statue e chi si gloria dei propri idoli. Si prostrino a lui tutti gli dèi! Ascolta Sion e ne gioisce, esultano le città di Giuda per i tuoi giudizi, Signore". Gli idoli sono chiamati "dèi", ma con un gioco di parole, sono in realtà "nullità"; sono vuoto, pura espressione verbale, non-senso, non-azione.
Jahweh, "Io Sono", agisce, opera salvezza e liberazione, può dire "Io", può giudicare: in una parola "esiste" efficacemente. Gli idoli non sono, non agiscono, non salvano, né liberano: in una parola "non esistono". E allora l'idolo dall'alto del suo trono artificioso, creato dalle mani dell'uomo, viene catapultato a terra con la fronte nella polvere, nell'atteggiamento dello sconfitto che si prostra nell'adorazione di sudditanza davanti al vincitore.
Il vittorioso si erge in tutto il suo splendore, egli è l'Altissimo, colui che spodesta re e dèi, privandoli del loro abuso di potere, depotenziandoli di ogni consistenza, dignità e lode.
La scena che più plasticamente raffigura questo crollo e questo giudizio dell'idolo potrebbe essere quella narrata in 1 Sam 5, 1-6: davanti all'arca di Jahweh, il dio filisteo Dagon "giace con la faccia a terra", anzi "capo e palmo delle mani" gli vengono amputati, quasi per rappresentare ironicamente la sua totale inconsistenza e inefficacia. Associati a questo crollo sono gli adoratori degli idoli, coloro che celebrano una squallida liturgia per un manufatto evidentemente privo di prerogative divine. Colti dalla "vergogna" sono in un certo senso invitati a "prostrarsi" anch'essi coi loro idoli davanti al Creatore di tutti e di tutto.

v.9: "Poiché tu sei, Signore, l'Altissimo su tutta la terra, tu sei eccelso sopra tutti gli dèi". Questo versetto costituisce il completamento ideale del trionfo di Jahweh che, al crollo a terra dell'idolo, oppone la sua totale sovranità espressa verticalmente con l'esaltazione. È una superiorità spaziale, simbolo di una divinità reale contro la divinità arrogata; è la supremazia del vero Dio. Davanti a questo trionfo sull'idolatria e davanti allo sfolgorare luminoso di Jahweh, solitario "sopra tutti gli dèi", Sion e Giuda si colmano di felicità.

La reazione dei fedeli (vv. 10 -12).
L'impegno morale caratterizza il regno salvifico escatologico proclamato nei salmi della regalità di Jahweh. Anche nel salmo 24, un salmo affine, si fa esplicita menzione dell'innocenza di vita e purezza di cuore quali condizioni previe per ricevere la "benedizione di Jahweh" e beneficiare della giustizia salvifica del suo regno (Sal 24,4-5).

vv.10-12: "Odiate il male, voi che amate il Signore: lui che custodisce la vita dei suoi fedeli li strapperà dalle mani degli empi Una luce sì è levata per il giusto, gioia per i retti di cuore. Rallegratevi, giusti, nel Signore, rendete grazie al suo santo nome". Il v 10 esprime la tutela di Jahweh verso i veri "fedeli" che osservano gli impegni dell'Alleanza. Di questi fedeli viene designato un profilo luminoso attraverso sette definizioni presenti nei vv. 10-12.
1) Essi amano Jahweh. Il verbo non si riferisce solo ad un aspetto psicologico, ma anche all'impegno di osservare sincera lealtà verso il partner dell'Alleanza.
2) Essi odiano il male. Il contrario dell'amare è odiare. Jahweh e male si contrappongono polarmente e l'uomo è invitato a questa opzione fondamentale. Il fedele non ha esitazioni nella scelta di campo.
3) Essi sono fedeli (hasidìm). Alla fedeltà amorosa (hesed) di Dio nell'Alleanza, essi rispondono con la loro fedeltà che è comunione vitale con Jahweh, per cui essi sono vicini a lui, lo amano, confidano in lui, lo pregano, si rallegrano in lui e lo lodano; sono la sua comunità, il suo popolo, i suoi servi, i suoi protetti, i salvati dalla morte, i perdonati, gli intimi.
4) Essi sono giusti (saddiqìm). La giustizia divina (sedeq) è salvezza per il giusto che è colui che, come Abramo, "credette a Dio e ciò gli è imputato a giustizia" (Gen 15, 6). Si tratta di un'attitudine di fedeltà all'Alleanza. Per il giusto il v 11 dichiara che "la luce è spuntata". Sapendo che la simbologia luminosa è tipica della gloria di Dio, si intuisce subito il valore del dono riservato al giusto: gli si svelerà in pienezza trasformandolo in luce, cioè inserendolo nella sua piena comunione e nella sua area salvifica (Sal 36, 10).
5) Essi sono retti di cuore. Si tratta di una rettitudine morale che viene indicata dalla specificazione "cuore". Indica una totale e radicale adesione alle esigenze dell'Alleanza in un comportamento conforme alla comunità.
6) Essi sono gli uomini della gioia: "Rallegratevi, giusti!". Si tratta di una gioia piena, con sfumature festive e liturgiche. La gioia messianica per la venuta di Jahweh re apriva il salmo (v 1), ed era là messa nel cuore delle "isole". Ora, in chiusura, la gioia è messa nel cuore dei "retti", dei giusti, dei fedeli.
7) Essi sono gli uomini che celebrano il ricordo santo, come dice letteralmente l'espressione del v 12b, il verbo della tòdàh = il ringraziamento. Questo ringraziamento solenne che si leva dall'assemblea a Dio, ha per oggetto, secondo la struttura storico-salvifica della fede biblica, il memoriale delle azioni salvifiche di Dio.

Trasposizione cristiana.
Il salmo 97 con la sua prospettiva escatologica sviluppa, a suo modo, per il popolo di Dio della Nuova Alleanza, la domanda del Padre Nostro: "Venga a noi il tuo Regno" (Lc 11, 2) che Gesù ha messo nel cuore e sulle labbra dei suoi discepoli. Ma della venuta del Signore alla fine dei tempi il cristiano conosce qualcosa di più che non l'Israelita.
Il Padre ha delegato al Cristo la sua potestà di re e di giudice, tanto che l'ultimo giorno è il "giorno di Gesù Cristo" che viene con potenza e gloria grande. Se il Salmo promette ai giusti la luce della fine del mondo, Gesù in Mt 25, 31-46 spiega quale sia la giustizia che decide della vita eterna: mettersi al servizio del prossimo.