Salmo 100

Salmo 100

Seg., 07 Jan. 19 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 100 è un inno processionale. Dal Salmo stesso è percepibile che era cantato nell'ingresso del tempio (v 4), forse come inno corale antifonale. Probabilmente è stato un brano liturgico del culto divino (v 2), in cui la comunità annunciava il "nome" di Dio, la sua "grazia e fedeltà", che adesso celebra con riconoscenza (vv. 4-5); riporta al culto della festa della comunità dell'alleanza.

Prima parte
vv.1-2: "Acclamate al Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza". Il canto esordisce con un’esortazione innica a lodare Dio entusiasticamente. L'eco dell'esultante gioia in Dio non deve risuonare solo tra la comunità che celebra nel tempio, bensì in "tutte le terre". La comunità celebrante si sente unita davanti a Dio insieme con tutti i suoi adoratori, in un'unica grande unità di fede.
L'esortazione al culto è rivolta alla comunità del tempio. Essa imprime motivo e scopo e insieme il sentimento portante di questo "servizio cultuale" a Dio: è l'entusiastica gioia della divina presenza. Questo tono di una gioia che si dona totalmente a Dio e che si lascia dietro tutte le preoccupazioni terrene, non solo risuona nell’introduzione, ma riecheggia anche lungo l'intero salmo.

v.3: "Riconoscete che il Signore è Dio; egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo". Con l'espressione "riconoscete che il Signore è Dio", il canto passa all'inno vero e proprio e anche la natura dell'inno risulta chiara: serve a ripresentare Dio e la conoscenza di lui.
La comunità deve comparire davanti al volto di Dio lodando lui e le sue imprese, deve avvicinarsi talmente a lui da rivolgergli spontaneamente la propria anima. In questo modo l'inno diventa non solo l'espressione del sentimento dell'uomo, ma il luogo in cui l'uomo incontra il suo Dio e si abbandona interamente alla gioia di lui.
L'affermazione più importante per la fede antico-testamentaria consiste anzitutto in questo: il Signore è il Dio unico. Tutta la realtà che la Parola di Dio implica, qui emerge alla vista dei credenti. E questa realtà di Dio suscita nell'uomo il senso creaturale. Coscienza umana e suo valore autonomo davanti a Dio sprofondano. Quello che l'uomo è, egli non lo è da se stesso; e quanto egli possiede non appartiene a lui. "Egli ci ha fatti e noi siamo suoi": così parla la creatura del suo Creatore e Signore, dal quale dipende in tutto, verso il quale è ordinata in tutto. E qui è strettamente connessa con l'idea di creazione l'idea della storia e dell'elezione, il contrassegno caratteristico della fede anticotestamentaria in Dio.
Da questa unione ricevono il loro specifico significato da una parte la storia come storia di Dio, e il popolo come popolo di Dio, e dall'altra è posto nei suoi limiti tutto quanto è umano, in natura e nella storia, in forza del timore religioso davanti al Creatore.
Perciò nella "professione di fedeltà": "Suo popolo e gregge del suo pascolo", risuonano insieme orgoglio e umiltà, timore e fiducia. La reciproca vicinanza di ambedue i sentimenti fondamentali si spiegano l'un l'altro in modo tale che l'amore e la cura di Dio saranno sempre sperimentati insieme, anche come espressione della sua potenza.

Seconda parte
vv.4-5: "Varcate le sue porte con inni di grazie, i suoi atri con canti di lode, lodatelo, benedite il suo nome; poiché buono è il Signore, eterna la sua misericordia, la sua fedeltà per ogni generazione". L'introduzione della seconda parte, probabilmente cantata dal coro dei sacerdoti prima che la comunità celebrante entri negli atri attraverso le porte del tempio, comincia, come la prima parte, con una esortazione ad entrare nel santuario con canti di lode per confessarvi Dio e lodarvi il suo nome.
L'inno vero e proprio della seconda parte consiste nella formula liturgica nota da altri passi: "Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia" (Sal 106, 1; 107, 1; 118, 1; 136, 1, dove si trova sempre la stessa espressione). Probabilmente doveva essere recitata come responsorio dalla comunità.

Il tema adesso è la bontà di Dio, l'eternità della sua "grazia e fedeltà" quale inconcusso fondamento sul quale da sempre si fondano l'esperienza comunitaria di Dio e la speranza della sua fede. La bontà appartiene alla natura di Dio, e le dimostrazioni della sua grazia non sono il prodotto di un amichevole capriccio o di un sentimento di arbitrio divino; essa è fondata sulla costanza e dunque sull'affidabilità della divina disposizione di grazia nel contesto del rapporto dell'alleanza.

La conoscenza della grazia e della fedeltà di Dio è la fonte originale dalla quale fluiscono la gioia e l'entusiasmo di questo Salmo, dai quali non ci si può sottrarre facilmente. Questa gioia del salmo è gioia da Dio e gioia in Dio nello stesso grado. Essa da lui proviene e a lui riconduce. In essa sta il significato più profondo del culto dell'Antico Testamento.

Trasposizione cristiana
Questo salmo mostra come in Israele, che concepiva la propria liturgia quale espressione di gioia dinanzi a Jahwè: ("Il primo giorno prenderete frutti degli alberi migliori, rami di palma... e gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni" (Lv 23, 40; Dt. 12, 7), già l'entrata nel cortile esteno del Tempio era motivo di allegrezza e di giubilo.

Qui già risuona il "Gloria in excelsis", tanto che la Chiesa ha inserito il salmo 100 nelle lodi della domenica e delle feste. In esso (cf v 3) la comunità della nuova alleanza comprende se stessa come creazione di Dio, poiché "siamo, infatti, opera sua, creati in Cristo Gesù per le buone opere che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo" (Ef 2, 10); "siamo infatti la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce" (1 Pt 2, 9).

Il culto cristiano è nel suo nucleo essenziale Eucaristia, cioè rendimento di grazie e di lode. La chiesa primitiva ha dato alla celebrazione eucaristica questo nome, perché considerava essenziale alla sua liturgia la grande preghiera di ringraziamento, in unione con la benedizione di Gesù: "Poi, preso un pane, rese grazie = fece eucaristia, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me" (Lc 22, 19; Mc 14, 23); benedizione sopra il pane e sopra il vino.

Il nostro salmo esortando alla lode e al ringraziamento nel servizio divino, è una preghiera estremamente idonea a fungere da introduzione alla celebrazione eucaristica, e ciascuno dovrebbe meditare come unirsi ad essa insieme al celebrante (cf Weiser, I Salmi; Deissler, I Salmi).

Domande per la preghiera e il discernimento personale:
Leggendo e pregando questo salmo, dove il tuo occhio ha sentito il bisogno di fermarsi, e dove il tuo cuore si è fermato?
Che cosa hai provato?
Perché questo salmo vuole comunicare a tutti gli uomini la propria gioia e il proprio ringraziamento? Quale gioia? Quale ringraziamento?
Partecipando alla celebrazione eucaristica, provo gioia e riconoscenza verso il Signore che si dona? Oppure noia, tristezza, fretta o, addirittura, fatica? Perché?
Ho fiducia nell'opera del Signore? Come si esprime nella mia vita?