Salmo 102

Salmo 102

Seg., 21 Jan. 19 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo consta fondamentalmente di due preghiere distinte: una supplica o lamentazione personale e una per la ricostituzione di Sion. Si può pensare che queste due preghiere, con i loro motivi innici che le accompagnano, siano state in origine composizioni indipendenti. Tuttavia allo stato attuale il testo non si lascia facilmente smembrare in due tronconi, sebbene vi siano state varie ipotesi per farlo. Il legame fra le due preghiere fa la fede del salmista (o dei salmisti) nella divina “eternità” di Dio, che non passa né muta e che, quindi, è in grado di intervenire, secondo le sue promesse, a sollevare l’afflitto dalla sua afflizione e Sion dalle sue macerie. La simbologia riguarda lo spazio e il tempo nonché il corpo e la psiche, rispecchiando la psicologia di un malato nello stato febbrile. C’è inoltre l’asse semantico di tempo ed eternità, ovvero di caducità ed eternità, e il rapporto individuo e comunità. L’accenno al “tempo” è frequente, come nel Salmo 90. La voce “giorno” si trova nei vv. 3.4.9.12.24.25. Il Salmo abbonda di paragoni nella parte riguardante la lamentazione (vv. 4b.5a.7ab.8.10.12ab.27a) e mostra vari contatti letterari con altri testi dell’AT. È soffuso di un’atmosfera malinconica, ma anche di fede e di speranza. È il quinto dei “Salmi penitenziali”.

Genere letterario: lamentazione individuale [di un malato] (+ motivi innici e di supplica per la restaurazione nazionale).

Divisione: vv. 2-12: (I parte) lamentazione personale; vv. 13-23: (II parte) lamentazione e supplica per la restaurazione di Sion; vv. 24-28 (III parte) ripresa della lamentazione iniziale; v. 29: conclusione generale.

vv.2-3: In questi pressanti appelli introduttivi si richiama l’attenzione di Dio per averne il soccorso nella situazione di angoscia dettata dalla malattia. Si ricorre al simbolismo dell’orecchio e del grido (simbolismo auditivo) e al simbolismo del volto (simbolismo visivo).
- “Non nascondermi il tuo volto”: nascondere il volto da parte di Dio può indicare sdegno o disinteresse (cfr. Sal 13,2-3; 30,7-11; 69,18); mostrare il volto invece è segno di benevolenza, di protezione e fonte di gioia /cfr. Sal 17,15; 44,4; 67,2; 89,16-19).

v.4: “In fumo”: a differenza di altri Salmi (37, 20; 68,3) ove il fumo simboleggia il dileguarsi dei nemici sconfitti, qui come in Is 51,6 indica il rapido svanire dell’umana esistenza.

vv.7-9: L’orante descrive un’amara solitudine, richiamando il deserto e le rovine come effetto della sua grave malattia; solitudine che è interrotta solo dalle imprecazioni dei nemici (v. 9). Si usano le immagini dei volatili: “pellicano, gufo, uccello solitario”; il salmista è come loro perché solitario “veglia e geme”, mentre “tutto il giorno” i suoi nemici l’insultano. È sottintesa qui la teoria della retribuzione, che vuole la malattia come conseguenza di una colpa. Così l’orante oltre alle sofferenze fisiche deve sopportare anche quelle morali, effetto delle accuse e ingiurie dei nemici.
- “Simile al pellicano nel deserto”: la voce qa’at, che la tradizione e le antiche versioni interpretano come “pellicano”, è difficile da identificare; in più bisogna aggiungere che il pellicano non vive solitario nel deserto né tra le rovine, ma in stormi presso i fiumi e le paludi. Altri pensano ad un “rapace” o ad una “civetta”.

v.11: “Perché mi sollevi e mi scagli lontano”: l’orante si vede nella sua malattia come punito da Dio, che, come un uragano, sradica gli alberi e quanto incontra per scaraventarli lontano (cfr. Sal 18,43; Gb 27,21; 30,19-22).

vv.13-15: Questi versetti iniziano con un forte contrasto rispetto a quelli precedenti. Sono segnati stilisticamente dall’espressione “Ma tu”, che come di frequente nei Salmi segna una svolta di pensiero, e dal verbo “rimanere” rafforzato da “in eterno”. Infatti, mentre nei vv. 3-12 si era parlato della fugacità della vita umana, qui si parla della stabilità di Dio. Qui inoltre è molto chiaro il contrasto fra la vita del salmista che sta sul punto di perdersi nel nulla e il dominio regale di Jahwèh che non conosce tramonto. Nella sua preghiera il salmista si trasforma improvvisamente in profeta che “vede” l’agognata ricostruzione di Sion già in atto e gli “scampati dalla morte” accorrere alla città santa per celebrare esultanti le lodi di Jahwèh.
- “Perché è tempo… l’ora è giunta…”: secondo una caratteristica formula profetica e salmica (Sal 12,6; 85,10) l’orante sottolinea l’imminenza dell’intervento salvifico di Dio scandendola due volte: si tratta dell’ora di realizzare il progetto salvifico divino.
- “Sono care le mie pietre”: l’orante esprime con tenerezza l’amore verso la città di Gerusalemme. Si richiama il tema della nostalgia verso la propria patria, che non è solo un fatto ideale, ma concreto, di amore anche per la sua conformazione fisica, per la terra in sé e per sé (cfr. Sal 137 = “Super flumina Babilonis”; Is 52,9). Tutto questo sta alla base dell’attuale movimento sionistico che, nella sua componente autenticamente biblica, concentra la sua pietà (e la sua attesa di restaurazione) sul “muro del pianto”, cioè su quello che resta dell’antico glorioso tempio di Gerusalemme.

vv.16-23: Sion, come in una visione profetica, è vista già ricostruita, come centro universale di attrazione dei popoli della terra. Vi si realizzano le profezie del Deuteroisaia (Is 40,5; 52,10) e del Tritoisaia (Is 59,19; 60,3.10); il salmista evoca tutto ciò ricorrendo anche a motivi dei “Salmi della regalità” (cfr. Sal 96,3.7-10; 97,6; 98,2-3; 100 ecc.).
v.19: Il versetto dal punto di vista strutturale fa da ponte tra il precedente e il seguente. Mentre esorta a fissare per iscritto quanto detto nei vv. 16-18 (primo emistichio), invita, nel secondo emistichio, il popolo “ricreato” a lodare il Signore: è ciò che viene sviluppato nei vv. 20-23.
– “Un popolo nuovo”: alla lett.: “un popolo che sarà creato” (cfr. Sal 22,32; Is 43,21). Si usa il verbo “creare”. Il riferimento è al popolo che ha subìto l’esilio. Liberato finalmente dal Signore, è come “ri-creato”, tratto dalla polvere dell’umiliazione in cui era stato gettato. Non si tratta solo di rinascita spirituale come nel Salmo 51,12, dopo il peccato, ma di una rinascita globale (fisica, spirituale, nazionale e liturgica) che abbraccia tutto l’uomo nelle sue manifestazioni di vita. Sulle labbra di questo nuovo popolo, finalmente libero e in patria, rifiorisce la gioia di vivere, significata dalla lode e dal canto, ciò che non poteva realizzarsi in esilio (cfr. Sal 137,3-4).
- “Il Signore si è affacciato…”: c’è un antropomorfismo, che di per sé indica un interessamento di Dio, che può essere visto in senso negativo o in senso positivo: cfr. Es 14,24; Sal 14,2; Dt 26,15. Qui l’affacciarsi di Dio è positivo e significa aiuto e soccorso (v, 21).
- “Si aduneranno insieme i popoli e i regni…”: tra i “servi” (v. 15) ci saranno non solo gli Israeliti, ma anche i “popoli pagani” (‘ammim) e gli altri regni. Tutti “serviranno il Signore”.

vv.24-28: Dopo l’interruzione profetico-innica universalistica dei vv. 16-23, si riprende il genere della lamentazione individuale dei vv. 2-12, non senza avere subìto l’influenza della parte innica. Il v. 24 inizia ex abrupto. Siamo di fronte alla presentazione del “caso”, fatta in due tempi, come avviene a volte nelle lamentazioni (cfr. Sal 22,7.13-19; 88,4-9.15-19). Si riporta subito il lettore davanti al quadro della sofferenza descritta nei vv. 2-12.
- “A metà dei miei giorni”: si indica qui la morte prematura, cfr. Is 38,10; Sal 55,24.

vv.26-28: Facendo contrasto con la fugacità della vita umana, come nei vv. 13-14, in chiave cosmica, si argomenta sull’eternità di Dio e quindi sulla sua immutabilità salvifica. Ciò è motivo di certezza e di speranza per l’esaudimento della preghiera del v. 25. Questi versetti in ebraico sono costruiti in modo raffinato: si ricorre all’immagine del vestito per indicare la breve durata della vita dell’uomo.
- “In principio tu hai fondato la terra”: è il motivo del Dio creatore che ricorre frequentemente sia nelle lamentazioni individuali che in quelle pubbliche; esso serve come fondamento alla fiducia che l’orante nutre nel divino esaudimento.

v.29: “I figli dei tuoi servi…”: si può scorgere in questa espressione, che normalmente equivale a “i tuoi servi”, un esplicito riferimento alla “generazione futura” del v. 19, per la quale sono state scritte le promesse salvifiche di questo salmo.

Nel Nuovo Testamento i vv. 26-28 sono citati da Eb 1,10-12 (secondo i LXX), per dimostrare la trascendente superiorità di Cristo su tutti gli esseri creati.