Santissima Trinità

Santissima Trinità

Seg., 01 Jun. 20 Lectio Divina - Ano A

Il brano del Vangelo secondo Giovanni che la liturgia ci propone è inserito nel discorso con Nicodemo (3,1-21). Questo discorso costituisce la prima esposizione orale della rivelazione portata da Gesù e ne condensa i temi principali. Inizia con un’introduzione (3,1), mentre manca una conclusione. Seguono tre parti:

1) il dialogo di Nicodemo con Gesù (vv. 2-10), delimitato dalla inclusione “maestro” (vv. 2.10) e ritmato sulle tre domande successive di Nicodemo (vv. 2.4.9) e le tre risposte di Gesù progressivamente più lunghe nel loro sviluppo.

2) I vv. 11-12 formano una cerniera fra ciò che precede e quello che segue: conclusione a quanto precede (v. 11a-c) e titolo di ciò che segue (vv.11d-12).

3) I vv. 13-21 sono uno sviluppo sul tema del Figlio e Figlio dell’uomo, mandato dal Padre, che porta la vita al mondo mediante le decisione di fede in lui; mentre colui che rifiuta la fede si condanna da sé alla rovina. Il discorso comincia con Nicodemo, che viene da Gesù di notte, e finisce sul tema che gli uomini devono lasciare le tenebre e venire alla luce. Nicodemo apre la conversazione salutando Gesù come “maestro venuto da Dio” (v. 2); l’ultima parte del discorso mostra che Gesù è il Figlio unigenito di Dio (v. 16) mandato da Dio (v. 17) come luce del mondo (v. 19).

Come ogni ebreo, Nicodemo attendeva il Messia, un uomo forte che avrebbe giudicato il mondo con potenza. Gesù, invece, si presenta come il Messia che accetta di essere giudicato, piuttosto che giudicare; che è venuto per salvare e non per condannare. Il vero giudizio non viene dal di fuori, ma dal rapporto che ognuno stabilisce con la Verità di Dio che il Figlio è venuto a proclamare.

v.16: Offre la spiegazione ultima della realtà del Messia. Nei versetti precedenti (14-15), tale realtà era stata descritta a partire dall’uomo, come il segno visibile, l’Uomo levato in alto; ora partendo da Dio, il quale prende l’iniziativa inserendo la propria azione nella storia. È la medesima realtà espressa in precedenza con la frase “colui che è disceso dal cielo” (v. 13). Gesù è il dono dell’amore di Dio per l’umanità. L’Uomo elevato alla vista di tutti è allo stesso tempo il Figlio unico di Dio (cfr 1,34); questa è la sua realtà invisibile, che si rivela con il suo essere elevato in alto, dimostrando così l’amore di Dio per il mondo. Questa missione, unita alla menzione del “Figlio unico”, allude a Genesi 22,2. Dio si comporta come Abramo, che fu capace di privarsi del proprio figlio. L’allusione ad Abramo, inoltre, mette il passo in relazione con l’Esodo, in quanto, secondo alcune tradizioni giudaiche, il sacrificio di Isacco ebbe luogo nell’ora in cui più tardi sarebbero stati sacrificati gli agnelli nel tempio, e la liturgia di Pasqua univa il gesto di Abramo al sacrificio dell’agnello.

Il dono è avvenuto nel passato (manifestò) e si va realizzando nel corso della vita di Gesù, che culminerà al momento di essere elevato in alto, “la sua ora” (2,4), con la piena manifestazione dell’amore di Dio, il totale dono di sé al fine di donare la Vita. Il progetto di Dio non è discriminante, offre la Vita a tutti senza eccezione. Se qualcuno non la ottiene è perché respinge la sua offerta, negando l’adesione a Gesù.

In una frase, formulata in maniera lapidaria per tutti i tempi, l’autore del quarto Vangelo riassume l’intero messaggio cristiano della salvezza, dovuta all’amore di Dio: “Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna”. Questa affermazione pone l’amore come una realtà fondante, assoluta. L’amore precede tutto, come nel Prologo la luce divina del Logos esiste per ogni uomo prima delle tenebre. Dio che ama ha esclusivamente come scopo la salvezza e la vita. Con questo donare, l’autore pensa in primo luogo all’invio del Figlio nel mondo (v.17) da parte del Padre, invio che apre la strada al dramma della morte in croce, il più segreto mistero dell’amore di Dio: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).
Giustamente la tradizione ha letto il v. 16 sullo sfondo dell’avventura di Abramo, che “non risparmiò il suo figlio, il suo unico figlio, Isacco” (cfr Gen 22,12; Rom 8,32), nel contesto della “crocifissione-esaltazione” espressa dal v. 14b. Del resto, l’idea del “dono-consegna alla morte” è chiaramente presente nel quarto Vangelo: “Il Buon Pastore offre la sua vita per le sue pecore” (10,15.17.18); “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (15,13). L’invio del Figlio nel mondo è l’atto supremo dell’amore di Dio Padre, in quanto Dio accetta di separarsi dal Figlio esponendolo alla morte, poiché sceglie di inviarlo nel mondo del peccato per la salvezza di coloro che giacciono nel peccato.

v.17: I vv. 17-18 sviluppano il v. 16. Il giudizio di Dio non va concepito come una divisione fra gli uomini che si salvano e quelli che si perdono. La missione di Gesù è una missione solo di salvezza. La duplice formulazione, in positivo e in negativo, presente nel v. 16: “perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna”, si incontra nuovamente qui, venendo a formulare un chiasmo: “non […] per giudicare […], ma perché […] si salvi”. La manifestazione dell’amore di Dio e il dono del Figlio unico (v. 16) ora vengono descritti in termini di missione: “Ha mandato […] nel mondo”. In entrambi i casi c’è lo stesso soggetto, Dio, e lo stesso destinatario, il mondo, l’umanità. L’amore di Dio è stato il movente dell’invio del Figlio e la sua finalità era la salvezza di ogni uomo. Il proposito divino è interamente positivo e universale. Il Messia non ha un compito giudiziario e non esclude alcuno dalla salvezza: nel Figlio, dono e prova dell’amore di Dio, splende unicamente la sua gloria, il suo amore, la sua lealtà verso l’uomo. Non viene a operare discriminazione all’interno di Israele, ma neppure tra Israele e i pagani: la salvezza è per tutti. Salvarsi significa passare dalla morte alla Vita eterna, e ciò è possibile solo attraverso Gesù, il datore dello Spirito.

Per la prima volta appare la denominazione “il Figlio” applicata a Gesù. Questa denominazione riassume le due precedenti: “il Figlio dell’uomo” (vv. 13.14) e “il Figlio unigenito di Dio” (vv. 16.18). Gesù è “il Figlio” in cui si uniscono l’origine umana e la processione divina, il massimo esponente dell’umanità che manifesta la pienezza di Dio.

v.18: La responsabilità ricade sull’uomo, non su Dio, che nel suo amore non fa eccezioni. L’uomo diventa il soggetto grammaticale. Non esiste possibilità di indifferenza, o si è a favore di Gesù o si è contro di Lui. Dinanzi all’offerta di amore da parte di Dio le risposte possibili sono due: accettare o rifiutare.

Nicodemo aveva obiettato che non è possibile nascere di nuovo (v. 4). Tuttavia da parte di Dio tutto è fattibile; spetta all’uomo prendere una decisione. Solo chi rifiuta l’offerta di amore, che Dio compie in Gesù, si esclude dalla salvezza. Al rifiuto radicale e definitivo di dare adesione a Gesù corrisponde la definitività dell’esclusione. “Chi crede in Lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato”. Lo stesso tema lo troviamo espresso nel supplemento del finale di Marco: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,16). In Marco, questa è una dichiarazione post-pasquale relativa al giudizio futuro; in Giovanni, essa è in un contesto di escatologia realizzata, tipica del quarto Vangelo.
Il giudizio di Dio si celebra già in questo mondo: chi crede si salva, chi non crede è già condannato. Però non in modo definitivo; anzi il kerygma qui annunciato ha proprio lo scopo di portare alla fede anche chi non crede (cfr 12,48). Nel quarto Vangelo assistiamo a una anticipazione nel presente di alcune categorie-realtà che gli altri evangelisti riservano al futuro. La Vita o la Vita eterna, riservata al futuro per i Sinottici (cfr Mc 9,43;10,30; Mt 10,39), in Giovanni è anticipata al presente: “Colui che crede nel Figlio, ha già la vita eterna” (3,36).
La gloria di Cristo, nei Sinottici, è appena anticipata nella “trasfigurazione” (Lc 9,32ss e par.); Gesù “apparirà nella gloria” soltanto alla fine dei tempi (Mc 13,26-27) e con lui entreranno “nella gloria del Regno di Dio” i suoi eletti (Mc 13,26 e par.; Mt 25,31ss). In Giovanni invece, Gesù “manifesta la sua gloria” attraverso i miracoli-segni (2,11; 11,4.40), e soprattutto attraverso l’ultimo segno della passione-crocifissione-morte, che per Giovanni è l’ora della glorificazione di Gesù (7,39; 12,23.28; 17,1ss). Pertanto i credenti, attraverso la fede, possono già proclamare: “E vedemmo la sua Gloria” (1,14b).
Infine, il giudizio nei Sinottici è al futuro; in Giovanni “il giudizio è ora” (12,31). Escatologia nel quarto Vangelo significa che io sono confrontato con il giudice misericordioso, Gesù Cristo, oggi, e che sarò a confronto con lui ogni giorno fino a quell’ultimo giorno. È l’escatologia formulata in sintesi da Gesù nella preghiera al Padre: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo” (17,3). I “tempi al futuro” che sono normali nel linguaggio escatologico del Nuovo Testamento, vengono costretti a diventare tempi al presente al fine di esprimere chiaramente che il compimento della storia è stata realmente sperimentato nel bel mezzo del suo corso.

L’uomo elevato in alto rende presente l’amore di Dio per il mondo. Ormai bisogna essere fedeli a questo amore, incarnato nel Figlio unico (3,15.16.18). La relazione con il Padre presente in Gesù è immediata; non è quella dei servi, ma dei figli. Donando suo Figlio, Dio offre all’umanità la pienezza di Vita che è in Lui: così, attraverso il Figlio unico, Egli avrà altri figli (1,12;14,2), attraverso l’identificazione con quello unico. Il Figlio li fa nascere mediante lo Spirito, dando loro la capacità di diventare figli attraverso una pratica d’amore simile alla sua.