XXVII Domenica del Tempo Ordinario

XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Dom., 08 Out. 17 Lectio Divina - Ano A

Sembra proprio che il Signore ci conosca bene: le parole che ispira a Paolo nella lettera ai Filippesi, non angustiatevi per nulla” sono le stesse che anche Gesù ebbe a dire a Marta “Marta, Marta tu ti affanni per troppe cose” (Lc 10,38) od agli Apostoli “non affannatevi per quello che mangerete o berrete… “(Mt 6,25 …).

Egli conosce i nostri punti deboli, sempre pronti a brontolare, a lamentaci perché le cose non ci vanno bene o non vanno come noi vorremmo ma, invece, poco attenti a “tutto ciò che è vero, nobile, giusto …” in poche parole viviamo spesso in modo superficiale, incapaci di compiere la scelta fondamentale della vita, cioè saper rispondere positivamente all’amore di Dio che ci cerca: è quanto viene denunciato nelle altre due letture della liturgia odierna, che sono due parabole sul tradimento del progetto di Dio da parte del suo popolo (E’ comunemente accettato dagli studiosi di considerare come parabola, sia pure in senso lato, anche il cantico della vigna di Isaia).

Nella prima si intrecciano due storie d’amore: quella del Signore, padrone della vigna, verso di essa, ma assieme, anche la storia dell’amore della persona che narra (il Profeta) nei confronti del padrone della vigna, infatti lo chiama il mio diletto; l’espressione usata ricorda da vicino quelle del Cantico dei cantici, quando l’amata parla del suo compagno.

La voce narrante viene comunemente identificata con quella dell’Amico dello Sposo: sappiamo che con questo termine presso il popolo ebraico, si indicava una figura ben precisa, che aveva una funzione ufficiale, vero intermediario nei rapporti tra lo sposo e la famiglia della sposa; ma, al di là degli aspetti burocratici, sentiamo nelle parole del profeta una grande tensione affettiva: la storia d’amore del Signore per la sua vigna e quella dell’amico dello Sposo verso il Signore stesso si intrecciano strettamente, il profeta vive lo stesso amore di Dio verso il suo popolo.

Non si tratta, però, di una storia d’amore a lieto fine, bensì di un amore tradito: si aspettava un’uva deliziosa e trova, invece, un frutto inselvatichito, immangiabile; tutte le sue premure, quasi commoventi per accuratezza ed insistenza, si sono rivelate inutili.

La parabola di Gesù ripropone, più o meno, la stessa situazione: la vigna coltivata da un Signore con affetto, con tenera premura ed attenzioni affettuose (la siepe, il frantoio, la torre) ed affidata con piena fiducia ai vignaioli, è destinata a deludere le aspettative di quel padrone innamorato. Anzi si aggiunge un elemento ulteriormente doloroso, quello della violenza omicida: i vignaioli vengono inebriati dallo stesso peccato di Adamo o dei costruttori della torre di Babele, quello di fare a meno di Dio, di sostituirsi a Lui, arrivando, perfino, ad uccidere l’erede per impadronirsi dell’eredità. E’ lo stesso peccato di noi uomini moderni e della nostra società tecnologica ed economica, che ha deciso di poter fare a meno di Dio e di tutto ciò che Lo riguarda, come le regole etiche ed i principi di solidarietà.

E’ un peccato che viene lasciato denunciare e condannare proprio dagli stessi ascoltatori, “abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda” in Isaia, “i principi dei sacerdoti e gli anziani del popolo”, nella parabola di Matteo: in tal modo sono proprio i responsabili del delitto ad esprimere la propria condanna; è un espediente narrativo non nuovo nella sacra Scrittura, pensiamo, ad esempio allo scontro fra il Profeta Natan ed il re Davide, dopo il tradimento di Uria e l’adulterio con Betsabea.

Ma ciò che più colpisce nelle due parabole sono le conseguenze del tradimento. Nel primo caso la vigna si guadagna l’indifferenza del suo Signore: togliere la siepe ed il muro di cinta equivale al non fornire più le sue premure ed attenzioni, per cui la vigna lasciata a sé è destinata ad una rapida rovina; vengono alla mente le parole del Salmo 104 “Se nascondi loro il volto, vengono meno; se togli il respiro, muoiono “(Sal 104, 28-29).

Analogamente, ma in maniera più forte, più pesante, nel Vangelo coloro che volevano usurpare l’eredità ne vengono completamente estraniati, allontanati.

Ancora una volta, come dicevano i saggi latini, l’uomo è “faber fortunae suae”, il vero responsabile della propria sorte; come dirà Gesù, il Figlio non condanna nessuno, ma è l’uomo stesso che può decidere la propria condanna “il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce.” (Gv. 3, 19 ).

Non c’è un Dio permaloso e vendicativo pronto a castigarci per la nostra infedeltà, ma è la nostra presuntuosa insipienza, che, allontanandoci da Lui, Principio di salvezza, crea le premesse della nostra perdizione.