XXXI Domenica del Tempo Ordinario

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

Seg., 29 Out. 18 Lectio Divina - Ano B

A prima vista può sembrare che il testo del vangelo di oggi, sviluppato unicamente in base a passi dell’AT, non vada al di là del più genuino pensiero giudaico. Ma sia l’accostamento dei testi veterotestamentari, sia nei versetti conclusivi del brano, si riconosce chiaramente l’influsso decisivo della fede nel Cristo risorto; nella luce pasquale e nel ricordo di parole pronunciate da Gesù, i primi cristiani rileggevano l’AT e ne facevano emergere tutta la portata teologica. La preminenza assoluta data al duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, a questo punto del vangelo di Marco, acquista anche il significato di condizione primaria per entrare nel regno attraverso la via della passione di Gesù. Il vangelo ci porta alla motivazione profonda dell’insegnamento sul servizio che Gesù ripetutamente ha presentato dopo il secondo e terzo annuncio della passione e risurrezione: servizio per amore. Gesù per primo ha mostrato che amare significa servire; la chiamata a seguirlo e a stare con lui significa anche per i discepoli un cammino di servizio per amore.

Il testo del Deuteronomio inizia con l’invito pressante a vivere nel timore di Dio, in un profondo rispetto che non coinvolge solo il sentimento, ma si traduce in una pratica vitale di adesione sincera alla volontà di colui per il quale si ha questo timore: in definitiva questo timore si esprime in obbedienza incondizionata, pronta e costante. Ecco perché il Deuteronomio insiste sull’aggettivo ‘tutto/tutti’ (tutte le sue leggi, tutti i suoi comandi), proprio per ribadire questa integralità dell’obbedienza che scaturisce dal timore di Dio.

v.28: Gli scribi erano i teologi del tempo e anche i giuristi, in quanto che l’AT era pure il codice che regolava la vita ebraica. Per lo più essi appartenevano alla corrente religiosa dei farisei secondo i quali l’elemento caratteristico della religione ebraica era la osservanza dei comandamenti nella vita quotidiana.

v.29: Solo Marco introduce la risposta di Gesù con la citazione del passo di Dt 6,4 che costituiva la preghiera quotidiana dell’ebreo e il fondamento della teologia dell’antico Israele. In questo modo viene affermato che il comandamento dell’amore scaturisce immediatamente dalla fede nell’unico Dio che ha stipulato il patto d’alleanza-amore con Israele (Es 19). Solo Marco quindi ci presenta in tutta la sua profondità il mistero della fede cristiana, come risposta di amore al Dio che si è rivelato, donandosi agli uomini.

La condizione dell’ascolto non è la condizione del primo, ma è la condizione dell’ultimo. L’ascolto della parola ci fa essere nella condizione del servo a cui il Signore ha aperto l’orecchio perché ascolti come gli iniziati. Qual è il primo? Ascolta, Israele; cioè il primo dei comandamenti è il Cristo nella sua condizione di ultimo. L’ultimo è anche l’unico. Amare e ascoltare vuol dire proprio questo: riconoscere che Dio è unico perché noi per lui siamo unici. Amare come l’unico è ciò che fa Dio: ci ama come unici nel nostro genere. Per Lui non ci siamo altro che noi, ciascuno di noi. A questo ci riporta l’ascolto. Dall’ultimo, all’unico, perché noi per lui siamo unici.

v.30: Questa elencazione di facoltà umane di amore e di conoscenza intende insistere sulla necessità di una risposta completa di tutta la persona umana a Dio che si manifesta come l’unico Signore.

v.31: Quest’altra citazione riproduce alla lettera il testo di Lv19,18. In tutti e tre i sinottici il secondo comandamento è messo in parallelo con il primo e mai in posizione subordinata: secondo Mt 22,39 il secondo è simile al primo; Lc10,27 li unisce semplicemente. Questa stretta connessione fra l’amore di Dio e l’amore del prossimo è una caratteristica profondamente distintiva del messaggio dei vangeli. Se già nell’ebraismo ciascuno dei due comandamenti principali era fortemente raccomandato, solo Gesù li presenta essenzialmente uniti e secondo la loro intrinseca successione. L’amore con cui Dio ci ama ci rende capaci di amare Lui e il prossimo; e nell’amore del prossimo si manifesta l’amore che Dio ha per noi e che noi esprimiamo verso di lui. L’altissimo significato teologico dell’amore al prossimo si è radicato sempre più nelle comunità cristiane, come possiamo costatare dalle lettere degli apostoli.
La connessione tra i due comandamenti non era per niente nuova nel giudaismo. Solo che qui essa assume un significato nuovo. L’audacia di Gesù consiste proprio nell’accostare i due comandamenti con una nuova consapevolezza, fondata sull’affermazione che Dio si è fatto nostro prossimo e nostro fratello in colui che ora dice: “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Questa è l’essenza stessa del vangelo: l’uomo Gesù è Figlio di Dio. Ciò, oltre che fondare l’identità tra i due comandamenti, sta all’origine della differenza infinita che c’è tra la vecchia e la nuova legge.
Il termine qui usato per ‘amare’ è quello caratteristico impiegato dalla Bibbia per indicare l’amore più vero, profondo e duraturo nel quale non vi è traccia di ricerca di sé, ma si è tutti protesi in un atteggiamento di donazione senza limite per il bene della persona amata. Il verbo greco utilizzato è agapào: esprime la dimensione più profonda e matura del rapporto di amore inteso come ‘agàpe’, quando l’atteggiamento di donazione diventa più puro e stabile. È il verbo che si applica in modo perfetto al rapporto di Dio verso gli uomini, come viene presentato da Giovanni nel suo vangelo e nella sua prima lettera.
Nel testo del Levitico questo termine si riferiva ai membri del popolo di Israele; ma più tardi già presso gli ebrei era presumibilmente interpretato con significato più ampio. Gesù lo applica anche ad un samaritano, che era considerato non solo un estraneo, ma addirittura quasi un avversario.
Il testo greco ha il plurale che è importante mantenere. Il termine di riferimento quindi è sia il comandamento dell’amore verso Dio sia quello dell’amore verso il prossimo, anche qui tenuti perfettamente in parallelo.

v.34: La risposta ultima di Gesù lascia sconcertati. Gesù afferma indirettamente che tutto ciò non basta per appartenere al regno. È vero che tutta la legge si sintetizza nei due comandamenti, la cui osservanza è essenziale. Ma non è sufficiente. È indispensabile qualcosa di più, perché il regno di Dio è Gesù stesso e se non si abbandona tutto per seguirlo, il regno resta inaccessibile; manca la cosa essenziale: l’amore di Dio ci è offerto concretamente in lui. In Gesù Dio si è rivelato come amore. La nostra vita si fonda su questa fede nell’annuncio che il volto di Dio è ormai quello dei nostri fratelli in Gesù nostro fratello e Figlio suo.