Salmo 149

Salmo 149

Sex., 21 Fev. 20 Lectio Divina - Salmos

“I Figli della Chiesa, i figli del nuovo popolo, esultino nel loro Re, Cristo”.

Questa espressione, posta dopo la terza Antifona del Salmo 149 che si recita nella Liturgia delle Lodi di tutte le Domeniche della prima settimana e nelle Festività e Solennità dell’anno liturgico, è una “sentenza” (cfr. Introduzione alla Liturgia delle Ore, n. 11) attribuita a Esichio di Gerusalemme, Padre della Chiesa, come forte invito all’esultanza.

Il Salmo 149, quindi, nell’arco dell’anno viene spesso pregato dal popolo di Dio, cioè dalla Chiesa, mediante i suoi figli e fedeli devoti; è un grandioso Inno di lode e di gloria al Signore che in pratica si addice bene, innanzi tutto, a tutti i cristiani, che sono figli della Chiesa.

Il Salmo si presenta come un canto trionfale che i figli della Chiesa devono sentire come proprio e gustare nel profondo dell’anima. È un testo abbastanza breve (solo nove versetti), ma denso e pregno di significati e di sentimenti.

La forma letteraria del Salmo è quella specifica dell’Inno che esprime lode al Signore ed è strutturato, come tutti gli Inni, allo stesso modo: un incitamento iniziale ai fedeli a lodare Dio e poi, un’elencazione delle grandezze di Dio e delle sue virtù, ritornando a ripetere l’incitamento iniziale (cfr. Salmi 98,4; 147,1; 148,1; 150,1). La lode, a cui si è invitati a partecipare, è accompagnata da musiche e danze (v. 3), e si presenta come “canto nuovo” (v. 1); un canto cioè, celebrativo di una vittoria (v. 4) accordata da Dio al suo popolo.

Nel Nuovo Testamento si trovano alcuni Inni come il Benedictus, il Magnificat ed altri Inni che sono entrati nella Liturgia, specialmente dei primi secoli (Atti 6,25; Efesini 5,19; Colossesi 1,16; 1Timoteo 3,16; Apocalisse 11,15).

Ma perché consideriamo questo Salmo come avente uno speciale e specifico rapporto con tutti i figli della Chiesa? Tale rapporto particolare può avere origine proprio dal v. 2b del Salmo stesso: “Esultino nel loro Re i figli di Sion”.

Chi sono questi figli di Sion?
Anticamente Sion era il nome della parte meridionale del colle orientale di Gerusalemme, poi tutto il colle su cui fu costruito il tempio e, per estensione, tutta Gerusalemme (donde le espressioni: “Figlie di Sion”, “Figlie di Gerusalemme”, ecc.). Da ciò si può comprendere come il desiderio e il movimento internazionale dei Giudei di tornare al Paese dei loro antenati sia chiamato “Sionismo”.

Nel Nuovo Testamento “Sion” indica, finalmente e soprattutto, il nuovo Israele fondato su Cristo (1Pietro 2,6); è il monte su cui sta l’Agnello attorniato da coloro che sono stati segnati col suo nome e con quello del Padre Suo, vale a dire i figli della Chiesa (Apocalisse 14,1). Quei famosi “centoquarantaquattromila” sono tutti i figli della Chiesa, posti sul nuovo monte di Sion, su cui è collocato il trono di Dio (cfr. ivi 21,1). Nella lettera agli Ebrei (12,22) Sion è identificata con la Gerusalemme celeste, la “città del Dio vivente”. L’Apocalisse (14,1) pone sul monte Sion la grande assemblea dei “segnati” dall’Agnello.

Le tradizioni cristiane dei primi secoli hanno dato il nome di Sion alla collina che si trova a Sud-Ovest di Gerusalemme, là dove si trovava il Cenacolo e dunque dove è nata la Chiesa il giorno di Pentecoste.

I Salmi che evocano Sion, come il 149, divennero allora la lode cristiana della Chiesa, che innalza la sua lode mediante i suoi figli cioè di tutti i battezzati.

Questo Salmo, in pratica, può essere considerato come il canto di chiusura di tutto il Salterio, in quanto il successivo ha puramente la funzione di dossologia finale.

“Il Salmo 149, sebbene di carattere nazionalistico (sfondo storico è l’epoca dei Maccabei nel II secolo), oltrepassa le circostanze storiche precise per allargarsi al contesto universale escatologico della lotta tra il bene e il male, il cui esito finale è la vittoria del bene” (V. Scippa, Commento ai Salmi).

Tale vittoria, come s’intravede nella seconda parte del Salmo, sembra identificarsi con quella “finale”, vale a dire col trionfo definitivo di Dio; e ciò in un tempo fissato dal decreto divino (v. 9), mediante il quale Dio otterrà “la gloria per tutti i fedeli” (v. 9b).

Il termine “fedeli” è citato tre volte nel Salmo: vv. 1, 5, 9. Nel versetto 1, però, “fedeli” è preceduto dalla parola “assemblea”, termine questo che non può non farci pensare alla “Chiesa dei fedeli”, o meglio ai figli della Chiesa, poiché i fedeli sono suoi figli.

Il Salmo 149 è diviso in due parti: la prima è una serie di inviti pressanti a dare lode con canti ed inni (vv. 1-4); la seconda, è una serie di indicazioni di comportamento che i “fedeli” devono tenere (vv.5-9). Si vuol mettere in risalto la certezza che Israele nutre circa il trionfo di Dio sul male.

Genere letterario: inno.

Divisione: prima parte (vv. 1-4); seconda parte (vv. 5-9).

vv.1-4: Come entrambe le due sezioni del Sal 148, così questa prima parte del Sal 149 è costituita da una serie di inviti al canto e alla lode (vv. 1-3), a cui segue una semplice motivazione tematica (v. 4) senza ulteriore sviluppo.

v.1: “Cantate al Signore un canto nuovo: la sua lode nell’assemblea dei fedeli”. Questo invito, con una semplice variazione, richiama il versetto finale che trova in testa al canto “di liberazione” dall’esilio babilonese di Isaia 42,10, come anche in Apocalisse 5,9 (canto della redenzione). È “Canto nuovo” non in quanto è il primo dopo l’ultimo, ma in quanto è il canto della salvezza definitiva, che si attualizzerà, assieme alla lode, nell’“assemblea dei fedeli”.

Nella nuova “assemblea”, che è la Chiesa, pertanto, s’innalzerà “un canto nuovo” di vittoria, che i “fedeli”, cioè i figli della Chiesa, eleveranno a Dio nella lotta contro le forze avverse, per la vittoria di gloria del bene sul male.

v.2: “Gioisca Israele nel suo Creatore, esultino nel loro Re i figli di Sion”. L’invito a Israele di gioire nel suo Creatore è effetto e causa dell’“esultino nel loro Re i figli di Sion”. Le due espressioni sono collegate vicendevolmente come causa ed effetto reciproci. Israele è invitato a gioire a causa dell’esultanza dei figli di Dio; e i figli di Sion sono incitati a esultare perché Israele gioisce nel suo creatore.

v.3: “Lodino il suo nome con danze, con timpani e cetre gli cantino inni”. I motivi della gioia e dell’esultanza si esprimono nel canto accompagnato da musica, da danze, dai suoni squillanti dei timpani e dalle cetre melodiose.

Anche il corpo deve partecipare con i suoi movimenti alla felicità manifestata dal cuore. Questo versetto richiama la celebrazione liturgica dell’assemblea dei fedeli, che riuniti e convocati danno lode con suppliche e canti al nome del Signore.

v.4: “Il Signore ama il suo popolo, incorona gli umili di vittoria”. È un’espressione poetica di alto lirismo che rievoca l’immagine della regalità del Re “pastore”, che ama e conduce il suo popolo (la Chiesa); non solo, ma esprime anche l’abbondante e completa salvezza, vittoria per i suoi fedeli umili, che Dio incorona con la gloria finale del trionfo (cfr. Isaia 60,1.19-20; 61,10).

vv.5-9 In questa seconda parte del Salmo (vv. 5-9) ci sono espressioni brillanti e ardite di tenore apocalittico, che descrivono l’intervento liberatorio di Dio. Come un valente capitano il Signore si serve delle forze di tutto il popolo eletto per sconfiggere i nemici che saranno sgominati, in senso metaforico, nel combattimento finale. Tutta la seconda parte del Salmo è da interpretarsi anche in senso antropomorfico, oltre che metaforico. Così, ad esempio, “la spada a due tagli” è un’impressionante teofania che evoca le tradizionali immagini belliche del tempo. Il significato più profondo consiste nella certa salvezza = “gloria dei fedeli”, descritta mediante immagini di spade, di ceppi, di catene, di giudizi o sentenze.

Da rilevare che nel Salmo 149 tra gli elementi di struttura ci sono i sette appellativi alla “lode” e la parola “fedeli”, come già detto, che appare tre volte. Nel Salmo prevale una simbologia musicale, laudativa e gloriosa. L’invito iniziale: “Cantate al Signore un canto nuovo” è un pressante incitamento del Salmista alla lode e alla gioia di tutti i “fedeli” riuniti nell’assemblea (celebrazione liturgica), poiché “i figli di Sion” nell’esultanza con timpani e cetre sono amati e incoronati di vittoria dal loro Signore.

Il comportamento dei figli di Sion deve essere pronto nel cantare: “le lodi di Dio sulla loro bocca” e nel tenere “la spada a due tagli nelle mani”.

v.5: “Esultino i fedeli nella gloria, sorgano lieti dai loro giacigli”. Probabilmente, in senso traslato, l’espressione vuole alludere alla gioia e alla lode incessante a Dio vincitore sul male da parte dei suoi fedeli, che non devono venir mai meno neanche di notte (cfr. Salmo 63,7-8; Deuteronomio 6,7). Con il verbo “sorgere” si allude alla prontezza e alla disponibilità a collaborare con il Signore nelle varie lotte contro il male. Il tutto sempre nella gioia dei figli!

v.6: “Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani”. Qui è indicato chiaramente l’atteggiamento da tenersi da parte dei fedeli/figli. I figli di Dio non solo devono dare lode al Signore, ma anche lottare nella vita pratica, come in una battaglia, con “la spada a due tagli”; questa era l’arma più offensiva, micidiale e pericolosa del tempo (cfr. Isaia 41,15; Proverbi 5,4).

v.7: “Per compiere la vendetta tra i popoli e punire le genti”. Con i versetti 7 e 9 viene data la finalità del perché sono invitati a tenere “la spada a due tagli nelle loro mani”, e cioè: per “compiere”, per “punire”, per “stringere”, per “eseguire”.

Questi termini designano la realizzazione del giudizio di Dio sulle nazioni che opprimono Israele e lottano contro il bene (per questo concetto cfr. Zaccaria 9,13-15). Tale giudizio è ora demandato definitivamente al vero popolo d’Israele, al gruppo dei “fedeli”, in altre parole ai figli della Chiesa.

v.8: “Per stringere in catene i loro capi, i loro nobili in ceppi di ferro”. Il fine a cui devono tendere i fedeli, è quello dell’agire del popolo di Dio contro ogni “nobiltà” e ogni altro potere che siano contrari a Dio stesso, al fine di costringere e “incatenare” al volere divino ogni forza avversa.

v.9: “Per eseguire su di essi il giudizio già scritto: questa è la gloria per tutti i suoi fedeli”. La “gloria” (letteralmente: “un onore”) dei fedeli vuol dire l’ornamento, lo splendore, la maestà e la dignità nell’agire contro ogni prevaricazione dei nemici di Dio. In altre parole, i “fedeli” devono collaborare col Signore per “eseguire” una sentenza già scritta contro gli avversari del popolo di Dio. In questa partecipazione attiva all’azione del Signore sta il senso misterioso ed esaltante dell’elezione di Israele, figura della Chiesa. Il “giudizio già scritto” si riferisce e richiama, forse, tutti gli oracoli dei Profeti contro i malvagi e i pagani (cfr. Isaia 24; 34; Geremia 46-51; Ezechiele 25-32; Amos 1,3).

Ritornando alla Sentenza iniziale di Esichio di Gerusalemme, è il caso di fare su questa alcune brevi riflessioni.
Sappiamo che i “Titoli” e le “Sentenze” collocati prima del Salmo oltre che compendio e sintesi del contenuto del Salmo stesso sono anche un invito “a pregare in senso cristologico” (Introduzione alla Liturgia delle Ore, n. 11). Questa di Esichio, in modo evidente e speciale, ci illumina e istruisce sul Salmo 149: “I figli della Chiesa, i figli del nuovo popolo, esultino nel loro Re, Cristo”.

Appare esplicitamente che i figli della Chiesa hanno un Re, che è Cristo! Concetto questo che è contenuto in modo implicito nel Salmo, ma che fa risplendere chiaramente il motivo sostanziale per cui i figli della Chiesa devono esultare e lodare Dio: hanno Cristo come loro Re.

Il termine “Re”, in questo caso è da intendere come “Capo”.

Cristo diventa capo, principio e primogenito di tutti gli uomini non solo perché si trova alla “testa” (è capo), ma anche perché gli altri senza di lui non esisterebbero: soltanto nella sua risurrezione è garantita quella degli altri. Così Egli ottiene il primato su tutte le cose. Ecco perché è il capo di tutti (Colossesi 1,18b).

“Capo di questo corpo è Cristo. Egli è l’immagine dell’invisibile Dio e in Lui tutto è stato creato. Egli è anteriore a tutti, e tutte le cose sussistono in lui. È il capo del corpo, che è la Chiesa. È il principio e il primo nato tra i morti, affinché abbia il primato in tutti (cfr. Colossesi 1,15-18). Con la grandezza della sua potenza domina sulle cose celesti e terrestri, e con la sua perfezione e azione sovrana riempie della ricchezza della sua gloria tutto il suo corpo” (Lumen Gentium n. 7; cfr. Efesini 1,18-23).

Dicendo che Cristo è il capo della Chiesa, il principio e il primogenito di tutta la creazione, il fatto storico dell’Incarnazione acquista un’importanza straordinaria: è un evento unico che trasformò il creato intero, formò una nuova creazione, plasmò un nuovo uomo: l’uomo-Dio; fece un nuovo popolo, cioè la Chiesa, corpo di Cristo. Come creatore e redentore, Gesù è il vero senso di tutti gli eventi dell’universo e il capo unico di tutti gli uomini e di tutta la creazione.

Da notare, per ultimo, che la parola “capo” non si deve solo intendere come colui che comanda, che dirige, che impartisce ordini e disposizioni, ma anche in senso letterale e fisico, vale a dire “testa”.

Nell’originale lingua greca il versetto di Colossesi 1,18 suona: “e kefalè tù sòmatos tès ekklesìas = la testa del corpo della chiesa”.

L’espressione è molto più diretta e incisiva rispetto alla traduzione e viene indicata realmente la “testa” del corpo: la parte più nobile e più importante dell’essere fisico dell’uomo. Come il corpo umano ha una testa, così il corpo mistico, la Chiesa, ha una “testa”, che è Cristo.

La grande realtà è questa: i Figli della Chiesa, cioè i cristiani tutti, hanno un capo! E quale capo! È potente, è sapiente, è dolce! È capo, perché ha il potere, ha il Regno, ha il popolo di Dio. Un Regno, nel quale siamo, viviamo e ci muoviamo; un Regno d’amore e di gloria, di pace e di felicità eterna.

Ecco, siamo realmente nel “già, ma non ancora”. Questo capo, questo Regno, questa Chiesa noi dobbiamo far risplendere al mondo. 

Conclusione
L’espressioni: “assemblea dei fedeli” (v. 1), “i figli di Sion” (v. 2), “il suo popolo” (v. 4), “i fedeli nella gloria” (v. 5), sono sicuramente espressioni indicative e immagini figurative della Chiesa di Dio.

Il termine “fedeli” (vv.1, 5, 9) sta ad indicare chiaramente il nuovo popolo eletto, cioè i figli della Chiesa e non tanto o solo i figli d’Israele. I figli della Chiesa, pertanto, si sentono come autentici “figli di Sion”. Le lodi accompagnate da musiche e da danze “con timpani e cetre” si presentano come “un canto nuovo”, ossia come un canto celebrativo di una vittoria già accordata da Dio al suo popolo (v. 4).

Dal contesto del Salmo stesso e da quanto detto sopra, possiamo dire che ne deriva, come conseguenza, il programma o il progetto dei figli della Chiesa nella loro vita pratica. I figli della Chiesa, pertanto, dovrebbero tenere questo comportamento:

-a) “I figli di Sion” (i figli della Chiesa), “nell’assemblea dei fedeli” (celebrazione liturgica), diano lode e gloria con canti, inni e danze al loro Signore;

-b) Siano sempre pronti giorno e notte (“sorgano lieti dai loro giacigli”) con la spada in mano per testimoniare, anche col martirio, quanto “il Signore ama il suo popolo”.

Sotto questo aspetto possiamo ben dire che il Salmo 149 è il canto proprio e speciale di tutti i figli della Chiesa: ogni figlio della Chiesa dovrebbe pregarlo, cantarlo e custodirlo nel cuore come proprio Salmo, specialmente nel suo più profondo e sublime significato spirituale.

Per questo i figli della Chiesa devono sentirsi orgogliosi solo della “gloria”, che il Signore concede ai suoi figli, che lo lodano, lo servono con costanza e lo testimoniano con fedeltà.

 

Bibliografia

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