Salmo 38

Salmo 38

Dom., 10 Set. 23 Lectio Divina - Salmos

Il salmo 38 è un salmo strutturato seguendo le 22 lettere dell’alfabeto ebraico e si snoda come una lunga lamentazione. L’orante, colpito da grave malattia (probabilmente la lebbra), ricorre fiducioso a Jahwèh e, confessando apertamente la propria colpevolezza che ha scatenato l’ira divina, implora l’intervento della sua misericordia.

Il primo appello del salmista (vv. 2-3) si rivolge al Signore, visto come un guerriero che lo ha trafitto con le sue frecce e ha calcato la mano su di lui; lo supplica affinché non continui a castigarlo, punendolo con ira e sdegno; antropomorfismi con i quali si esprime nell’Antico Testamento la funzione pedagogica ed educatrice di Dio nei riguardi del peccatore. Il salmista lo sa bene e, riconoscendo di aver sbagliato, non rifiuta la meritata correzione, ma chiede che la punizione non sia troppo pesante e insopportabile.

Egli poi descrive nei vv. 4-9 la situazione fisica disperata in cui si trova, proprio a causa delle sue colpe, che lo opprimono come un carico pesante; ormai non c’è in lui nulla di sano; le sue piaghe sono putrefatte e maleodoranti; quasi non è più in grado di stare in piedi. In preda alla tristezza, si sente come sotto tortura e riconosce ancora una volta che questa brutta situazione è dovuta alla sua stoltezza.

Ma proprio da questa debolezza estrema, mentre le forze stanno per abbandonarlo del tutto e i suoi occhi non riescono quasi più a vedere, sgorga la preghiera: “Signore, davanti a te ogni mio desiderio, e il mio gemito a te non è nascosto” (v. 10).

L’orante non dice a Dio ciò che attende, perché sa che a Lui niente è nascosto e che può leggere nel suo cuore. Tuttavia incalza presentandogli ora, dopo le difficoltà fisiche, quelle che gli vengono dall’esterno, da persone crudeli che attentano alla sua vita e cercano di rovinarlo insidiandolo con trappole e inganni.

A costoro però non vuole dare retta, non li ascolta e tanto meno risponde alle loro provocazioni; si rende volontariamente sordo e muto; non vuole affidarsi a parole ingannevoli e dichiara con forza: “In te spero, Signore; tu mi risponderai, Signore Dio mio” (v.16).

Ancora una volta, sentendosi venir meno e vacillante, torna a confessare la sua colpa, è ansioso di ottenere il perdono. Tuttavia di nuovo sente il bisogno di giustificarsi di fronte alla virulenza dei nemici, che sono forti e lo “odiano senza motivo” (v.20).

In effetti, anche se davanti a Dio il salmista si presenta in veste di penitente contrito, sente di avere il diritto di denunciare la cattiveria dei suoi nemici, tanto più grande perché essi sono tra i suoi beneficati; e nella loro malizia lo accusano perché ora, abbandonando gli errori precedenti, si sta incamminando sulla via del bene (v. 21).

Il Salmo si chiude con l’accorata invocazione a Dio, affinché non soltanto non abbandoni il suo fedele, ma corra in suo aiuto e lo salvi.

 

Lettura cristiana

Nella liturgia cristiana il Salmo è accolto fra il numero di quelli penitenziali.

In particolare i vv. 22-23 sembrano richiamare i motivi caratteristici dell’inizio del Salmo 21, che gli Evangelisti ricordano pronunciato sulla croce da Gesù agonizzante.

Domande per la riflessione personale

  • So presentare al Signore le mie piaghe, perché le guarisca?
  • Ripongo la mia speranza in Dio nei momenti di maggiore afflizione?
  • Accolgo la sofferenza come occasione per una purificazione del cuore?