Salmo 37

Salmo 37

Sex., 25 Ago. 23 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 37 è alfabetico e di genere sapienziale, ed è, secondo Tertulliano, lo “specchio della Provvidenza”.  Rivolgendosi a coloro che si sdegnano per la felicità dell’empio offre un forte insegnamento sulla retribuzione temporale dei giusti e dei cattivi, sintetizzando il grosso dibattito affrontato anche da Qoelet e da Giobbe.

Qui il salmista, un venerando vegliardo carico di esperienza (cf. v. 25), cerca di frenare l’impazienza e l’irritazione di chi, inesperto della misteriosa condotta divina, si sente come deluso e scandalizzato alla vista della prosperità degli empi e cerca di rispondere all’enigma che tanto angustia Giobbe: Se Dio suole punire gli empi, perché spesso il giusto soffre?

L’autore del nostro Salmo porta il contributo della sua esperienza per la soluzione dell’intricato problema, affermando che la vita vissuta sotto lo sguardo benedicente di Dio è per se stessa un bene superiore a tutte le afflizioni che il giusto esperimenta quaggiù, preferibili all’effimera e ingannevole prosperità dell’empio.

Il Salmo si presenta sotto forma di sentenze variamente disposte senza un ordine preciso, avendo come trama le lettere dell’alfabeto ebraico.

Con tono sapienziale il salmista apre la sua esortazione rivolgendosi all’ascoltatore - forse giovane e inesperto - con l’invito a non avere né ira né invidia contro i malfattori, poiché la loro vita è effimera come quella dell’erba dei prati; si premura di dare orientamenti di vita positivi, partendo dalla confidenza verso il Signore.

Occorre abitare la terra facendo il bene; cercare la gioia in Dio, aprendo a Lui il cuore e manifestandogli i propri progetti, in modo che Egli stesso, che certamente esaudisce la preghiera, porti a compimento la sua opera; e faccia sì che la giustizia e il diritto brillino come luce nella vita del fedele tutto orientato verso di Lui (cf. vv. 2-6).

Col v. 7 il sapiente torna a insistere con il suo discepolo esortandolo a stare in silenzio davanti al Signore e a sperare in Lui. Questo silenzio comporta anzitutto l’impegno a non coltivare un’agitazione interna che sarebbe mancanza di fede e quindi non porterebbe alla salvezza; come dice Isaia. “dalla calma, dalla quiete e dalla fiducia dipende la vostra forza” (7,4). Non è pertanto opportuno abbandonarsi all’ira, allo sdegno, all’irritazione, “poiché i malvagi saranno sterminati, ma chi spera nel Signore possederà la terra” (v. 9).

Il pacifico possesso e la dimora nella terra promessa, con il godimento delle sue ricchezze, sono l’idea madre di tutto il Salmo, ripetuta nei versetti 11.22.27.29.34; invece “i malvagi saranno sterminati” (v. 9a): letteralmente: “saranno recisi”. Infatti, nell’ambiente giuridico e religioso dell’alleanza sinaitica, all’israelita indegno è inflitta la pena di “essere tagliato fuori (reciso)” dal suo popolo e privato del diritto di “possedere” la terra promessa.

Di conseguenza, anche se l’empio trama contro il giusto e mette in atto tutte le sue abilità violente, non può prevalere, perché Dio ride di lui e spezza le sue armi rivolgendogliele contro (cf. vv. 13-15).

Il seguito del Salmo insiste sul confronto tra i diversi esiti delle scelte di vita del giusto e quelle degli empi malvagi. Il versetto 23, con la sicura affermazione che “il Signore fa sicuri i passi dell’uomo … Se cade non rimane per terra, perché il Signore lo tiene per mano” può considerarsi il cuore di tutto il Salmo; vuole significare che il Signore è Provvidente e amorevole: assiste sempre i passi dell’uomo, lo protegge, lo soccorre, lo difende, lo rialza quando è caduto, in una parola lo “ama”.

Questa è la sorte del giusto amato da Dio: Egli mai lo abbandona e “nel giudizio non lo lascia condannare” (v. 33). La sorte finale dei giusti è descritta nel versetto finale del Salmo: “Il Signore viene in loro aiuto, … li libera dagli empi e dà loro la salvezza” (v. 40).

Pertanto il messaggio del salmista è di confidare totalmente in Dio e abbandonarsi completamente in Lui.

Lettura cristiana

Il percorso di vita in pieno abbandono al Signore per conseguire la felicità già in questa vita anticipa certamente le indicazioni evangeliche, specialmente quelle raccolte nelle Beatitudini. Indubbiamente al v. 11 del nostro Salmo: “I miti invece possederanno la terra” s’ispira la terza beatitudine evangelica proclamata nel discorso della montagna: “Beati i miti, poiché essi erediteranno la terra” (Mt 5,5).

 

Domande per la riflessione personale

  • Davanti al dilagare del male, qual è il mio atteggiamento interiore?
  • Riesco ad andare contro corrente per intraprendere la via della vita che il Signore ci indica?
  • So confidare in Dio anche in mezzo alle avversità, nella fiducia del suo intervento salvifico?