Salmo 32

Salmo 32

Sáb., 10 Jun. 23 Lectio Divina - Salmos

Il Salmo 32 appartiene al gruppo dei “sette penitenziali”; è breve ma denso di profonda spiritualità e di alto contenuto teologico per quanto riguarda la teologia del perdono dei peccati. È utilizzato dalla liturgia penitenziale per il grande rilievo dato al tema della confessione, a cui fa seguito il divino perdono.

Il genere letterario è quello del ringraziamento individuale, con motivi sapienziali.

È anche canto di ringraziamento, ad opera di un individuo che, caduto in uno stato di grave depressione (se fisica o morale, o se l’una e l’altra insieme, non è dato scorgere) è convinto dello stretto legame che intercorre fra disgrazia e colpa, fra malattia e peccato; per questo si affretta a confessare a Jahwèh la sua colpevolezza e, insieme al perdono divino, riconosce di aver potuto sperimentare il sollievo dai suoi malanni.

Nel solenne inizio (vv. 1-2) viene proclamata con una doppia beatitudine la felicità di colui che ha sperimentato in sé i salutari effetti del perdono divino; tre verbi vanno innanzitutto evidenziati: “rimettere o togliere”, “perdonare o coprire”, “imputare o accreditare”.

Il perdono di Dio è dato a chi è sincero e non ha inganno nel cuore, perché la sincerità con se stessi è condizione previa per essere perdonati.

Il salmista passa quindi a descrivere le varie fasi della sua esperienza: lo stato di dolorosa oppressione fisica e morale (vv. 3-4), la coraggiosa confessione, seguita immediatamente dal perdono divino (v. 5). Infine esprime la gioia della salvezza, esperimentata con esultanza, riconoscendo nel Signore il rifugio che preserva da ogni pericolo (v. 7); ciò a seguito dell’intensa preghiera che l’orante, nella sua situazione angosciosa, ha rivolto al Signore, nella certezza che l’intervento divino può salvarlo dalle acque impetuose che cercano di travolgerlo (v. 6).

Come frutto dell’esperienza del perdono, il salmista acquisisce i doni della saggezza e del consiglio, che gli permettono di testimoniare che lo sguardo di Dio non lo abbandona mai e anche, in segno di riconoscenza, egli vuole impegnarsi a intraprendere le vie che il Signore stesso gli indica (vv. 8-9).

Il Salmo si conclude con l’affermazione del principio retributivo di tipo tradizionale, per cui nella vita presente sono messe in stretta connessione la sventura con la colpa, il favore divino con la fedeltà dell’uomo a Dio: “Molti saranno i dolori dell’empio, ma la grazia circonda chi confida nel Signore” (v. 10).

Il versetto 11, che chiude il Salmo, probabilmente è un’acclamazione liturgica aggiunta successivamente, quando esso fu usato nelle liturgie penitenziali.

Lettura cristiana

Nel Nuovo Testamento, in Romani 4,7-8, Paolo cita espressamente i vv. 1-2 di questo Salmo. La beatitudine, attribuita a David e ricordata con una solenne proclamazione, viene utilizzata dall’Apostolo come argomento per la dottrina circa la gratuità della giustificazione: “Così anche Davide proclama beato l’uomo a cui Dio accredita la giustizia indipendentemente dalle opere: Beati quelli le cui iniquità sono perdonate e i peccati sono stati ricoperti; beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato” (Rm 4,6-8).

Domande per la riflessione personale:

  • Sono capace, come il salmista, di fare una confessione libera del mio peccato?
  • Ho un cuore semplice e sincero, dove non c’è “inganno”, per cui posso meritare la beatitudine divina per la quale “Dio non imputa alcun male” all’uomo?
  • Nel tempo dell’angoscia prego il Signore con la certezza che egli è il mio “rifugio”, mi preserva dal “pericolo” e “mi circonda di esultanza per la salvezza”?
  • Ho la stessa fiducia del salmista che dice: “La grazia circonda chi confida nel Signore”?