Tutti i Santi

Tutti i Santi

Seg., 30 Out. 23 Lectio Divina - Ano A

Breve storia

Già nel IV secolo si celebrava in Oriente la commemorazione di tutti i martiri. In Antiochia essi venivano onorati nella prima domenica dopo la Pentecoste; in Siria orientale, il venerdì dopo la Pasqua; a Edessa, il 13 maggio. A Roma la solennità assume importanza a partire dai tempi di Bonifacio IV (+ 615) quando, col permesso dell’imperatore, il Papa trasforma il tempio pagano del Pantheon in chiesa dedicata alla Beatissima Vergine Maria e a tutti i Martiri.
La solenne consacrazione del tempio e il collocamento delle reliquie ebbero luogo il 13 maggio 610 e l’anniversario si celebrava ogni anno con grande partecipazione dei fedeli; il Papa stesso prendeva parte alla Messa di quella Statio.
Verso l’anno 800, la Commemorazione di Tutti i Santi veniva celebrata anche in Irlanda, in Baviera e in alcune Chiese della Gallia, però il giorno 1° novembre. Durante il pontificato di Gregorio IV (828-844), il re Luigi IX la estese a tutto il territorio del suo Stato. In questa maniera, la festa locale di Roma e di alcune altre Chiese divenne una festa della Chiesa universale. Roma accolse, per motivi che non conosciamo, la data gallica della celebrazione, cioè il 1° novembre. In questo giorno, la Chiesa venera tutti i santi, cioè i martiri e i confessori. 

Ricordiamo che la “lectio divina”, «approccio orante al testo sacro» (Benedetto XVI, Verbum Domini, 86), necessita di un contesto di preghiera; per questo invochiamo lo Spirito santo perché ci aiuti a fare silenzio per ascoltare e meditare il santo Evangelo su cui ci soffermiamo:

            Vieni, Santo Spirito, mandaci dal cielo un raggio della tua luce...

La Chiesa in questa Solennità, con il testo dell’Apocalisse di San Giovanni, ci suggerisce di guardare al Cielo, la nostra futura patria, per vedere lì la moltitudine innumerevole di Santi figurata in quelle serie di 144.000 iscritti nel Libro della Vita, un numero incalcolabile e perfetto, per sottolineare la totalità; provenienti da Israele e da ogni nazione, popolo e lingua, uomini e donne, giovani e anziani: vestiti di vesti bianche e con le palme nelle mani, lodano incessantemente l’Agnello immolato. Accanto a Cristo, la Vergine, i nove cori degli angeli, gli Apostoli e i Profeti, i Martiri, i Confessori, raggianti nelle loro vesti candide, insieme ai cori delle Vergini, formano il maestoso corteo di tutti coloro che qui sulla terra hanno vissuto, amato, praticato la carità.

La Sacra Bibbia chiama “santo” ciò che è consacrato a Dio. La Chiesa cattolica ha chiamato "santi" coloro che si sono dedicati a cercare di rendere la propria vita quanto più gradita possibile e conforme a quella di Nostro Signore.

Cercare di approfondire le Beatitudini,  testo evangelico che la Liturgia ci propone, è come avvicinarsi a un pozzo d'acqua che scorre senza mai esaurirsi. Alcuni maestri affermano che chi comprende le Beatitudini capisce tutto il Vangelo, e questo porta alla conclusione che chi vive le Beatitudini vive tutto il Vangelo. Il discorso sulle Beatitudini viene considerato come lo statuto o la magna carta che Gesù ha affidato alla sua comunità come parola normativa e vincolante per definirsi cristiana. I vari temi della parola di Gesù non sono una somma o agglomerato di esortazioni, ma piuttosto indicano con chiarezza e radicalità quale deve essere il nuovo atteggiamento da tenere verso Dio, verso se stessi e verso i fratelli.

 Innanzitutto è importante notare che ci sono due tipologie differenti di persone attorno a Gesù, menzionate all'inizio del racconto: la folla e i discepoli. L’evangelista cerca di far capire che la proposta di Gesù non è un'imposizione per tutti, ma è piuttosto una proposta in cui si inserisce la decisione consapevole e libera di chi, facendo parte di quella moltitudine, ha ascoltato e accolto nel suo cuore la chiamata ad essere suo discepolo.

Un secondo elemento importante da osservare è l'avvicinamento dei discepoli a Gesù, che implica la decisione personale di mettersi in cammino... La spiritualità delle Beatitudini richiede di seguire il Signore ovunque e comunque, perché l’autentica sequela è un continuo movimento di cuore e di mente, un dirigersi oltre lo spazio delle proprie sicurezze per imparare a stare dalla parte dei poveri, dei bisognosi, di tutti quelli che vivono nelle periferie esistenziali delle nostre città.

In Gesù stesso riscontriamo un terzo elemento, che è importante osservare: salì sul monte. Il testo del Vangelo ci lascia vedere che è Lui il primo a mettersi in cammino e dalla sua stessa esperienza ci avverte che questa strada è sterrata, è in salita, a volte complessa e faticosa. Le Beatitudini sono una proposta di felicità umana e di realizzazione cristiana, ma diversa dal modo di vivere che ordinariamente pensiamo. 
Ognuna delle Beatitudini propone atteggiamenti e comportamenti che contraddicono ciò che umanamente consideriamo migliore. La prima, ad esempio: «Beati i poveri in spirito», evidenzia il valore di chi, avendo la possibilità di accumulare ricchezze, decide, ispirandosi alla persona di Gesù, di essere povero e di vivere come povero; ciò certamente contraddice lo spirito del mondo, che vuole convincerci che la felicità e la realizzazione di un essere umano risiedono nel consumare più cose possibili e nell’accumulare ricchezza.

Va notato che il discorso di Gesù non presenta atteggiamenti di vita impossibili, né che essi siano diretti a un gruppo di persone speciali o particolari, né mirano a fondare un’etica esclusivamente dall’indirizzo interiore. Le esigenze propositive di Gesù sono concrete, impegnative e decisamente radicali.

Diamo uno sguardo più approfondito alla prima e ultima beatitudine, tra le otto affermazioni che iniziano con la parola Beato: parola che dichiara uno stato di benedizione già esistente. Le Beatitudini infatti sono prima di tutto dichiarazioni della grazia di Dio, non soltanto condizioni di salvezza o progetti di azione per guadagnare l'ingresso nel regno di Dio.

Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli. Il primo annuncio di gioia si rivolge ai “poveri in spirito”, cioè coloro che si immergono nella grazia di Dio e riconoscono personalmente il proprio stato di fallimento spirituale davanti a Lui. È il pubblicano nel tempio, che si batte il petto e dice: «Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,9-14). È una confessione onesta… l'opposto dell'arroganza. Nella sua forma più profonda, riconosce il nostro disperato bisogno di Dio. Gesù sta dichiarando che è una benedizione riconoscere la necessità di essere riempiti della grazia di Dio. Il “povero”, nel senso biblico, è colui che svuota se stesso e rinuncia alla pretesa di costruire la propria vita in autonomia, per lasciare sempre più spazio a Dio. Il povero si identifica con l'umile, che non si chiude in se stesso perché è aperto a Dio e agli altri.

Ascoltiamo la voce di alcuni Padri, ricordando come essi per primi abbiano intuito che la povertà nello spirito delle Beatitudini va intesa nel senso dell’umiltà e quindi della consegna fiduciosa al Padre.

Giovanni Crisostomo sottolinea che per lui poveri in spirito sono «coloro che sono umili e contriti di pensiero»; Cristo «chiama beati in primo luogo coloro che si umiliano e si abbassano volontariamente». E perché allora parla non direttamente di umili e invece di poveri? Perché quest’ultimo termine dice di più: si tratta di coloro che si spaventano e tremano di fronte ai comandamenti di Dio; sono precisamente quelli che Isaia dichiara graditi in modo particolare a Dio: “Su chi abbasserò il mio sguardo, se non colui che è umile e tranquillo e che trema alle mie parole?” (Is 66,2) [Omelie su Matteo, XV, 1-2].

E, tra molti altri Padri che si esprimono in modo simile, ascoltiamo Agostino: «“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,2)… Nel passo sono indicati come poveri in spirito gli umili e quelli che temono Dio, che non hanno uno spirito che si gonfia. […] Infatti “inizio della sapienza è il timore del Signore” (Eccl 1,16: Sal 110,10)» [De Sermone Domini in Monte, I, 1, 3].

 L’ottava beatitudine: “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli”: ha un rilievo particolare perché conosce un ampliamento in cui si passa dalla terza persona, tipica del linguaggio delle Beatitudini, alla seconda persona, rivolgendosi direttamente alla comunità e ai lettori/ascoltatori: "Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.  Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi” (vv. 11-12).

È la condizione di coloro che in nome della giustizia e in nome di Dio affrontano il martirio. È la condizione di ogni tempo: è stata la condizione di Gesù stesso, sarà la condizione dei discepoli e delle comunità cristiane che dovranno affrontare le persecuzioni. È la condizione di tutti quegli uomini e quelle donne di tutti i tempi, fino ai nostri, che, in nome della giustizia vera, quella che difende l’uomo, la sua libertà contro ogni oppressione e sopruso, in nome della pace e della solidarietà, e in nome della propria fede, vengono perseguitati.

Nell’Antico Testamento, in particolare nei Salmi, la persecuzione si presenta come avversione, inimicizia e ostilità per motivi religiosi: la giustizia è l’adesione al volere di Dio, è il rapporto giusto con Lui, che implica fedeltà e obbedienza al suo insegnamento. Il senso di quel “di essi è il Regno dei cieli” è che chi soffre persecuzioni a motivo della fedeltà al Vangelo è colui che fa regnare Dio su di sé: su di lui veramente Dio regna.

 Conclusione:

Desidero che Maria coroni queste riflessioni, perché lei ha vissuto come nessun altro le Beatitudini di Gesù. Ella è Colei che trasaliva di gioia alla presenza di Dio, Colei che conservava tutto nel suo cuore e che si è lasciata attraversare dalla spada. È la Santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna. Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci. Conversare con Lei ci consola, ci libera e ci santifica. La Madre non ha bisogno di tante parole, non le serve che ci sforziamo troppo per spiegarle quello che ci succede. Basta sussurrare ancora e ancora: «Ave, o Maria…»” (Papa Francesco, Gaudete et exsultate, 176).