Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

Sex., 24 Nov. 23 Lectio Divina - Ano A

La Liturgia di questa domenica ci fa celebrare la solennità di Cristo Re, che è relativamente nuova nel nostro calendario in quanto è stata istituita l’11 dicembre 1925 da papa Pio XI con la lettera enciclica “Quas primas”, per celebrare Cristo come Signore del tempo e della storia, Alfa e Omega: Principio e Fine di tutte le cose.

È una solennità importante, perché nelle vicende alterne della nostra vita personale, del nostro Paese e Nazione, del mondo stesso, abbiamo bisogno di risentire l’annuncio che le nostre esistenze sono nelle mani di Dio e che la storia non è costituita dal susseguirsi di eventi casuali, ma dal succedersi di appuntamenti con la Provvidenza, che orientano verso il Fine di tutto: Dio! A ciascuno di noi spetta la scelta di raggiungere questa meta, superando l’angoscia del non senso esistenziale; ci spetta la scelta di alimentare il desiderio di tale incontro con l’Eterno.

Possiamo anche considerare questa domenica “di passaggio”, perché con essa si conclude l’Anno liturgico (Anno A) e si apre il Tempo Forte dell’Avvento (Anno B), che ci porterà al Santo Natale. L’evangelista Matteo ci ha accompagnato nel corso di tutte queste settimane, proponendo una teologia che celebra Cristo come l’atteso Figlio di Dio, preannunciato dai profeti, che ha dato pieno compimento alle Scritture.

La Liturgia, nostra “Maestra di vita”, ci invita ad accostare la celebrazione della regalità di Cristo e la natività di Gesù. Cristo è Re: è il Signore della storia. Durante la sua esistenza terrena ha mostrato l’autentico volto della regalità: essa diventa servizio, dono gratuito di sé. Gesù ci fa entrare, passo dopo passo, nella logica del Padre, facendoci scoprire che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri; i suoi criteri d’interpretazione della realtà non combaciano con quelli del mondo (cfr. Is 55,8).

Nelle nostre esperienze siamo abituati a comprendere la regalità come trionfale, associandola al potere, a un’autorità che spesso sfocia nell’autoritarismo arbitrario e/o nell’affermazione autoreferenziale del proprio interesse e prestigio. La stessa storia d’Israele ha conosciuto nel passato il susseguirsi di re che non sono stati secondo il cuore di Dio: re che hanno cercato il proprio esclusivo piacere e appagamento, contro il Signore e il proprio popolo, trascinando tutti alla rovina.

La vita di Gesù, la sua morte e risurrezione, ci hanno mostrano che è possibile incarnare un altro parametro di valori: un metro di giudizio che rivela all’uomo a che cosa è chiamato, come dovrebbe vivere, cosa veramente è essenziale.

Non riflettiamo abbastanza sul mistero di un Re-bambino, che si presenta al mondo in tutta la sua vulnerabilità e tenerezza. Solo Gesù ci porta lo sconvolgente annuncio di una “regale umiltà”. Egli è il Re Crocifisso che ci indica la via della piccolezza e dell’amore come possibilità di pienezza di senso consegnata a ciascuno di noi.

Gesù, Signore della storia e del tempo, non finisce di sorprenderci nella chiamata a capovolgere le nostre prospettive e i nostri criteri di valutazione, dimostrando che l’andare oltre noi stessi e il nostro egoismo è la chiave della vera felicità. Il paradosso del «perdersi per trovarsi… del morire per vivere» (cfr. Mt 16,24-27).

Quando saremo in grado di comprenderlo e attuarlo pienamente? Dobbiamo chiedere il dono della fede, per capire che la croce non è stoltezza e che lo scandalo della croce svela il vero volto di Dio (cfr. 1Cor 1,17-25). Spesso siamo spaventati davanti alla sofferenza, alla nostra impotenza, perché vorremmo che non ci fosse il dolore e che tutto fosse sotto il nostro controllo, ma il conto che la vita ci presenta è sempre diverso dalle nostre aspettative.

Gesù ci accompagna ad attraversare la sofferenza; ci insegna che quando tutto sembra perduto, quando ci sentiamo disperatamente soli, possiamo alzare lo sguardo, perché sappiamo a Chi rivolgerci, per chiedere aiuto, forza e consolazione (cfr. Lc 21,28). E la risposta non tarda a venire, perché il Padre non chiude l’orecchio al grido del povero, ma ne ascolta la supplica (cfr. Sal 21,13).

Le letture consegnateci questa domenica celebrano il Re che è il pastore «buono e bello», che si prende cura del proprio gregge, con un’attenzione privilegiata verso ciascuna delle sue pecore (cfr. Gv10,11-18). Egli conosce ognuna per nome: ne coglie il bisogno, entra in una relazione esclusiva con lei. Nessuna pecora è uguale all’altra, nessuna si perde nell’anonimato, ma è amata nella sua irrepetibilità. La cura amorevole del Pastore coinvolge tanto la pecora malata e debole, quanto quella sana e forte. È una dedizione che Lo coinvolge in prima persona, senza delegare ad altri questo compito, perché ogni singola vita è stata riscattata con il suo sangue (cfr. 1Pt 1,18-21).

Un esercizio di straordinario realismo potrebbe essere quello di fermarsi per un istante e pensare, quasi sentire, questo sguardo di tenerezza su di noi, che ci avvolge e dice: «Tu sei prezioso ai miei occhi, io ti amo» (Is 43,4).

Quale sapore avrebbe la nostra giornata, se iniziasse con questa consapevolezza?

Confrontandosi con questa logica d’amore da parte del Re, ciascuno di noi potrebbe chiedersi: Come posso rispondere? Che cosa devo fare?

La risposta ci viene presentata, senza giri di parole, dallo stesso Vangelo: cura, attenzione, amore e interesse per ciascun fratello, per chi il Signore ci pone accanto! Entrando in questa logica inclusiva, dove ci si lascia interpellare e coinvolgere dall’altro, potremo scoprire che l’altro ha il volto di Cristo, perché Lui per primo non ci ha voltato le spalle, ma si è fatto carico del fratello, di ciascuno di noi. Gesù è stato l’empatico per eccellenza, perché per essere «uno di noi» fino in fondo, ha assunto la nostra condizione umana (cfr. Fil 2,6-11).

La Sacra Scrittura ci educa ad entrare in questo ordine di pensieri e di sentimenti. Ci esorta a comportarci come vorremmo che gli altri ci trattassero; ci sollecita a considerare l’altro non come un estraneo, ma come parte di noi, diventando noi stessi pane spezzato per l’altro, perché più che un dare si tratta di un darsi. In questo modo abbiamo la possibilità di contemplare già nel presente la bellezza di Dio nel volto di chi si dona con amore.

Infine la Parola non ci nasconde che alla fine dei tempi raccoglieremo ciò che avremo seminato: tutti noi, chiamati a vivere la nostra regalità nei tre “regni” che ci riguardano (corporale, morale e spirituale), saremo ciò che ogni giorno, con la grazia di Dio, avremo scelto di diventare. Il giudizio escatologico sigillerà tale decisione, senza che ci sia più spazio per le nostre abituali giustificazioni.

 

Domande per la riflessione:

  1. Come comprendo la regalità di Gesù?
  2. La scelta dell’umiltà e della mitezza di un Dio che si è fatto bambino, come mi interpella?
  3. Cosa penso della regalità che si vive nel mondo?
  4. Vivo nella consapevolezza che sono amato da Dio fino in fondo?
  5. Come definirei il mio rapporto con Dio?